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Abuso d’ufficio: la nuova disciplina non si applica all’ipotesi di violazione dell’obbligo di astensione

23 Novembre 2020 |

Cass. pen., Sez. fer., 25 agosto 2020 (dep. 17 novembre 2020), n. 32174

Abuso di ufficio

Con sentenza n. 32174/2020, la Corte di Cassazione esclude l’applicabilità della nuova disciplina prevista per il reato di abuso d’ufficio dal d.l. n. 76/2020 nell’ipotesi in cui questo sia riferito alla specifica violazione dell’obbligo di astensione. 

 

La Corte d’Appello confermava la sentenza con cui il Tribunale aveva condannato l’imputato alla reclusione per il reato di cui all’art. 323 c.p. (abuso d’ufficio), il quale, in qualità di sindaco del Comune, omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio, aveva sospeso e sciolto la seduta nella quale occorreva discutere sulla mozione presentata dai consiglieri di minoranza volta a sollecitare la costituzione di parte civile del Comune nel processo pendente nei suoi confronti per il reato di maltrattamenti, violenza sessuale e concussione in danno di alcuni dipendenti. 

Proposto ricorso per cassazione, peraltro dichiarato inammissibile, la Suprema Corte ha ritenuto di preliminare importanza accennare alla recente modifica normativa dell’art. 323 c.p. introdotta dal d.l. n. 76/2020 (in attesa di conversione) evidenziando «la totale ininfluenza» rispetto al caso in esame. 

In particolare, la Cassazione rileva che, per effetto della modifica normativa, le parole «in violazione di norme di legge e di regolamento» sono state sostituite dalle parole «in violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità». 
A tal proposito, dunque, viene chiarito che «si tratta di una modifica che investe solo uno dei due segmenti di condotta che sono considerati rilevanti ai fini dell’integrazione del delitto di abuso d’ufficio che punisce con lo stesso trattamento sanzionatorio, accumunandone il relativo disvalore, sia la condotta del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio che nello svolgimento delle funzioni o del servizio viola le norme di legge che ne disciplinano l’esercizio e sia quella, del medesimo soggetto qualificato, che ometta di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un proprio congiunto o negli altri casi prescritti». 

Ne deriva che, nella prima opzione, l’abuso d’ufficio può essere integrato solo dalla violazione di «regole di condotta previste dalla legge o da atti aventi forza di legge», cioè da fonti primarie, con esclusione dei regolamenti attuativi, e con un contenuto vincolante precettivo da cui non residui alcuna discrezionalità amministrativa. 
Mentre, con riferimento alla seconda opzione, ossia quella relativa all’inosservanza dell’obbligo di astensione, la modifica normativa non esplica nessun effetto, in quanto la fonte normativa della violazione deve individuarsi nella stessa norma penale. Di conseguenza, per questa seconda ipotesi non risulta alcuna restrizione dell’ambito di rilevanza penale del delitto, come accade invece per la prima. 

Con riguardo al caso di specie, la Cassazione ha dunque affermato che «vertendosi nell’ipotesi di un abuso d’ufficio riferito alla specifica violazione dell’obbligo di astensione, la modifica normativa non produce alcun effetto, permanendo la rilevanza penale della condotta in esame anche rispetto alla violazione dell’art. 78 T.U.E.L. oltre che del precetto contenuto nella stessa norma penale». 

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