Indagini scientifiche

L’utilizzo delle intercettazioni nelle sommarie informazioni testimoniali degli infradiciottenni

Sommario

Abstract | | Esempi di pressioni psicologiche esercitate sulla vittima | Le criticità dell'indagine |

Abstract

Capita spesso che le intercettazioni svolte per conto della procura vengano utilizzate dall’intervistatore all’interno delle sommarie informazioni testimoniali innanzi a persone minorenni reticenti con il rischio di esercitare una pressione psicologica sulla vittima. In questo articolo vengono affrontati sinteticamente i rischi di una metodologia errata e le soluzioni pratiche per evitare di trasformare, involontariamente, il ruolo di vittima in colpevole.

Una delle criticità più complesse nell’ambito della raccolta delle dichiarazioni di persone minorenni è quella relativa all’attività di sommarie informazioni testimoniali (Sit).

È proprio nella fase delle indagini preliminari, infatti, che la procura può acquisire elementi utili per affrontare la notitia criminis.

Quando una persona di minore età viene coinvolta in qualità di presunta vittima-testimone in un procedimento per violenza sessuale è chiaro e pacifico ritenere necessario utilizzare una metodologia scientificamente affidabile e condivisibile, prevedendo accortezze particolari nel momento della raccolta delle primissime informazioni (CAMERINI, PINGITORE, LOPEZ, L'audizione protetta della vittima vulnerabile nei casi di violenza sessuale)

La Carta di Noto IV, le Linee Guida Nazionali – L’ascolto del minore testimone, il Protocollo di Cosenza, ad esempio, indicano le buone prassi da seguire nell’affrontare questo delicato momento, prima di tutto, per il soggetto testimone ma anche per gli esperti, la polizia giudiziaria, il pubblico ministero.

L’attività delle Sit può riservare molte insidie nel caso in cui la presunta vittima-testimone fosse un infradiciottenne.

In questo genere di procedimenti sarebbe necessario far emergere il tessuto sociale in cui le presunte condotte devianti si sono verificate (TRIBISONNA F., L’ascolto del minore testimone o vittima di reato nel procedimento penale, Padova, 2017). Infatti, un soggetto quindicenne, pur essendo la persona offesa, potrebbe avere una percezione distorta delle dinamiche dei fatti a causa di svariati fattori quali il contesto familiare, sociale, ambientale e il rapporto con il presunto abusante.

Prendiamo il caso di un ragazzo quattordicenne che inizia a sperimentare rapporti sessuali con conoscenti maggiorenni dietro ricompense o pagamento di denaro. Appare chiaro il ruolo attivo della vittima che si intreccia con quello del suo carnefice in una relazione in cui la volontà e l’intenzione dei due soggetti si confondono fino a tal punto da non riuscire a comprendere, da un punto di vista psicologico, chi dei due è in una posizione up rispetto a quella down dell’altro (CAMERINI, PINGITORE, LOPEZ, Violenza sessuale su soggetti adulti in condizione di inferiorità psichica).

Ancor più complesso il caso in cui l’agente si riveli successivamente una persona maggiorenne con deficit mentale grave in grado di compromettere la sua capacità di autodeterminazione e di subire, paradossalmente, le proposte sessuali, in cambio di denaro, da parte della persona minorenne.

Un altro esempio complesso in cui giocano altri fattori come omertà, vergogna, paura, sensi di colpa è quello relativo agli abusi intrafamiliari. Si pensi ad un soggetto infradiciottenne su cui ricadano le attenzioni sessuali da parte di un familiare.

Sono esempi di casi molto frequenti nei procedimenti di questo genere che presentano una difficoltà  significativa nel momento in cui le presunte vittime vengono chiamate a rendere dichiarazioni innanzi alla procura.

Tuttavia, precedentemente alla raccolta delle sommarie informazioni, la procura solitamente acquisisce una serie di indizi ed elementi utili per corroborare il quadro indiziario, attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali in cui può emergere chiaramente un coinvolgimento della persona offesa anche in presenza di un comportamento attivo oppure passivo ma posto in essere in un contesto familiare omertoso.

Nella maggior parte di questi casi, la notitia criminis emerge non per volontà della persona offesa ma in seguito a denuncia/querela di terzi. È chiaro che questo dovrebbe rappresentare un indicatore fondamentale per la procura in vista della raccolta delle sommarie dichiarazioni poiché la persona vittima-testimone potrebbe non avere un iniziale interesse a rivelare le violenze subite perché non percepite come tali o per omertà e/o paura delle conseguenze.

Infatti, capita frequentemente di assistere a Sit in cui la persona offesa non effettui alcuna dichiarazione sui presunti fatti oggetto di denuncia.

Nonostante vengano utilizzate tutte le buone prassi indicate dalla comunità scientifica in tema di raccolta della testimonianza di persone minorenni, l’esperto e/o il pubblico ministero non riescono a raccogliere la “verità” acquisita e costruita grazie alle intercettazioni.

Un ostacolo che potrebbe indurre in errore metodologico molto facilmente qualora l’esperto delegato dal pubblico ministero iniziasse, spontaneamente o su indicazione del Magistrato, ad esercitare pressioni sulla persona offesa al fine di ottenere le dichiarazioni relative a fatti di cui la Procura è già a conoscenza.

Esempi di pressioni psicologiche esercitate sulla vittima

Durante la Sit, successivamente ai numerosi tentativi di far “parlare” la persona minorenne, l’esperto inizia a far riferimento, dapprima vagamente, poi sempre più specificamente ai fatti di cui si è già a conoscenza:

- se non vuoi parlare, lo capisco, ma tanto già noi sappiamo tutto;

- ti conviene parlare, perché il pubblico ministero conosce i fatti.

 

Un’induzione sempre più pressante fino ad arrivare a comportamenti involontari in stile avvertimento-minaccia:

- se non parli, potresti essere accusato di falsa testimonianza;

- ti conviene parlare perché altrimenti potresti essere considerato complice

 

In alternativa, l’esperto potrebbe fare leva sui sensi di colpa della persona offesa:

- se parli, puoi salvare tanti altri ragazzi come te;

- se accadesse a tuo fratello?

 

Se la presunta vittima, nonostante le pressioni, continuasse a non dire la “verità”, allora si potrebbe essere portati a rivelare l’attività e i contenuti delle intercettazioni:

- visto che non parli, ti informo che ti hanno intercettato, sappiamo tutto;

- considerata la tua scarsa collaborazione, ti leggo qualche passaggio delle intercettazioni in cui tu parli con ....

 

Al di là della metodologia errata a causa di domande particolarmente suggestive, c’è da chiedersi se questo tipo di pressioni possano confondere il ruolo di presunta vittima facendola, involontariamente, diventare carnefice.

Immaginiamo la persona minorenne catapultata all’improvviso in una stanza della procura o di una Stazione dei Carabinieri costretta a riferire su fatti di cui non vuole o non riesce a riferire per svariati motivi di cui abbiamo accennato: esercitare pressione psicologica potrebbe essere la migliore strategia per non ottenere alcun risultato.

Si comprende l’intento tutelante di chi effettua la Sit che parte però da un pregiudizio, essendo a conoscenza di una “verità” emersa grazie alle intercettazioni, ma la persona minorenne potrebbe paradossalmente trincerarsi ancor di più nel silenzio e in un atteggiamento omertoso che potrebbero provocare nella vittima-testimone una totale sfiducia e oppositività nei confronti del contesto giudiziario e dell’intervistatore.

La Sit, in questi casi, potrebbe rivelarsi un boomerang per le indagini poiché contestata successivamente dalla difesa dell’indagato o dallo stesso Gip a causa di pressioni esercitate sulla giovane vittima.

Le criticità dell'indagine

In caso di presenza di intercettazioni che presuppongono un fatto di violenza sessuale è bene che la procura adotti soluzioni alternative nei confronti della persona offesa nella fase delle Sommarie Informazioni Testimoniali, prima di tutto rispettando la persona minorenne, evitando così di trattarla, involontariamente, alla stregua di un colpevole.

È necessario procedere alla raccolta delle dichiarazioni secondo le best practices e, in caso di reticenza dell’adolescente, è bene che vengano utilizzate strategie chiare volte ad ottenere eventuali informazioni, ma, soprattutto, a tutelare la persona offesa che non dovrà sentirsi implicitamente accusata per il suo silenzio.

Di seguito alcuni suggerimenti pratici:

  1. procedere con la raccolta delle dichiarazioni utilizzando protocolli di intervista standardizzati;
  2. rispettare il silenzio della persona minorenne e saper attendere;
  3. in caso di reiterato silenzio da parte della giovane vittima, provare a procedere con domande dirette;
  4. se ritenuto opportuno, rivelare l’attività di intercettazione, spiegando com’è stata effettuata e rendendosi disponibili nel rispondere a domande relative a dubbi e chiarimenti da parte della vittima;
  5. se ritenuto opportuno, rivelare qualche stralcio delle intercettazioni, chiedendo preliminarmente il consenso alla persona offesa;
  6. in caso di ulteriore reiterato silenzio o comportamento oppositivo da parte della persona offesa, prendere in considerazione l’interruzione della Sit.

 

L’audizione della persona minorenne, soprattutto se infradiciottenne, si gioca sul rapporto di fiducia tra vittima/intervistatore. Se quest’ultimo si mostra rispettoso dei tempi e delle emozioni del giovane testimone è molto più probabile ottenere la sua fiducia e la conseguente collaborazione.

Molto spesso può capitare che le esigenze investigative travalichino, in buona fede, le buone prassi nell’assunzione delle sommarie informazioni, in cui la posizione del pubblico ministero e dell’esperto vengono gradualmente e indirettamente, nel corso della Sit, confinate ad una posizione down rispetto a quella up della vittima.

Chi ha bisogno di chi e di cosa? La procura delle dichiarazioni della vittima o quest’ultima della protezione e tutela della procura?

In alcuni casi si assiste ad una vera e propria inversione di ruoli e funzioni: è la vittima che comprende di avere il potere sull’intervistatore, avendo quest’ultimo mostrato un comportamento troppo richiedente.

Infatti, il ragionamento che potrebbe generare nella vittima è il seguente “se mi dite che sapete tutto perché avete le intercettazioni, come mai siamo qui? Che volete da me?”.

Chi chiede e pretende, solitamente, rappresenta simbolicamente una posizione di bisogno mentre la persona minorenne, in questo genere di casi, non ha chiesto di essere aiutata, non avendo sporto querela, ed è necessario considerare che probabilmente, per una serie di dinamiche psicologiche, non è intenzionata a chiedere tutela. Mentre il ragionamento della Procura e/o dell’esperto potrebbe essere dettato da un pregiudizio relativamente alla necessità di tutelare e “salvare” la giovane vittima incastrata in un rapporto disfunzionale e omertoso con il suo carnefice. Da qui la delusione molto spesso degli investigatori quando si trovano innanzi a persone minorenni reticenti che “non vogliono farsi aiutare”. Tuttavia, solo analizzando preventivamente il contesto familiare, culturale, sociale in cui vive la persona offesa si potrebbe prevedere e comprendere la sua reticenza in fase di SIT, senza bisogno di esercitare pressioni psicologiche che potrebbero trincerare la giovane vittima in un silenzio ancora più assordante in caso di audizione in incidente probatorio.

Nei casi di violenza sessuale a danno di infradiciottenni è necessaria, dunque, un’attività investigativa più dettagliata possibile, anche rispetto all’analisi del contesto in cui nasce la notitia criminis, privilegiando, se possibile, le intercettazioni video piuttosto che quelle audio in grado di irrobustire il quadro indiziario, tenendo sempre presente che la “verità” della Procura può essere percepita diversamente dalla quella della vittima.

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