Indagini scientifiche

Il DNA low copy number e il trasferimento secondario di DNA

29 Febbraio 2016 | Prova

Sommario

Abstract | Low copy number o low template DNA | Il trasferimento secondario di DNA | Criticità dell'indagine | Guida all'approfondimento |

Abstract

La prova del DNA ha ormai assunto un peso probatorio di assoluta e rilevante importanza in un processo penale. L’ultima frontiera della genetica forense si chiama touch DNA ed è il DNA che viene lasciato toccando semplicemente oggetti o persone. Questa impronta biologica è diventata in numerosi processi penali una prova inconfutabile.

Tuttavia è di fondamentale importanza ricordare che il DNA è un elemento di prova, che come le altre prove va contestualizzato e vagliato e, ancora più importante, inserito in un più ampio panorama investigativo che possa escludere ipotesi alternative alla genesi di quel dato scientifico. È solo in quel momento che il DNA assume il ruolo di una prova incontrovertibile, o come si usa dire, assume il ruolo di prova regina

Low copy number o low template DNA

Tutti noi ormai conosciamo le grandi potenzialità del test del DNA a scopo identificativo forense. Molto spesso le tracce biologiche di interesse forense hanno forma e dimensioni estremamente ridotte: spesso infatti si parla di microtracce. Il DNA che è possibile recuperare da questo tipo di tracce può essere scarso sia in termini di quantità (Low Template DNA) che in termini di qualità (Low Copy Number). Esigue quantità di materiale cellulare di partenza, non consentono sempre di avere quantità sufficienti di DNA.

Inoltre è possibile che il materiale genetico a disposizione sia non solo esiguo per quantità ma che la traccia biologica sia stata naturalmente sottoposta a fenomeni degenerativi che ne abbiano compromesso la qualità (DNA degradato o Low copy number DNA).  

La sensibilità delle metodiche analitiche di ultima generazione ha aumentato ancora di più la possibilità di individuare un profilo genetico da tracce infinitesimali. In linea teorica ormai basta qualche cellula per ottenere un profilo genetico utilizzabile per un’attribuzione certa e l’individuazione del soggetto a cui appartiene quel DNA, anche se queste poche cellule hanno subito stress da fattori ambientali (calore, raggi ultravioletti, ecc.) o da fattori temporali (tracce depositate da tanto tempo).

 

Case Report

I Carabinieri del Comando Provinciale di Pavia intervenivano in seguito a una rapina in abitazione. I due proprietari, marito e moglie, erano stati sorpresi durante la cena, legati, malmenati e derubati da due soggetti con il viso semicoperto da un cappellino di lana, utilizzato a modo di passamontagna (erano stati praticati due fori per gli occhi), che copriva però parzialmente il viso, gli occhi e il naso ma lasciava libera la bocca e il mento. Dopo un breve sopralluogo intorno alla villetta teatro dell’evento criminoso, il giorno dopo i Carabinieri ritrovarono tre cappellini di lana in un tombino posto in prossimità di un buco nella recinzione, effettuato verosimilmente dai malviventi per entrare e uscire dalla villetta. I berretti di lana, riconosciuti dai proprietari dell’abitazione come quelli indossati dai rapinatori, erano leggermente bagnati dall’umidità della notte. In più sembravano visibilmente puliti e poco utilizzati, tant’è che uno dei tre cappellini, quello verosimilmente non indossato (i rapinatori erano due), aveva ancora l’etichetta con la marca e il prezzo.

Gli investigatori però avevano fin da subito dei sospetti nei confronti di due soggetti di nazionalità rumena, con una sfilza di precedenti penali, già attenzionati dalle forze dell’ordine perché sospettati di far parte di un’organizzazione che opera nel nord Italia, facendo furti in abitazione e rapine. Dopo una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali, i Carabinieri si resero subito conto che i due sospettati erano gli autori della rapina,ì ma si resero conto anche che i due stavano per rientrare in Romania, perché progettavano già di partire da lì a breve. Nel frattempo il magistrato disponeva la consulenza tecnica, per estrapolare il DNA dai cappellini e verificare se effettivamente potessero appartenere ai due sospettati, in modo da avere una prova inconfutabile che i due siano gli autori del reato. La difficoltà analitica che si presentava in questo caso risiedeva nel fatto che i cappellini erano nuovi, indossati solo una volta per commettere la rapina, e in più si poteva utilizzare solo la zona della fronte e del naso per recuperare il DNA dei soggetti, poiché la zona più ricca di cellule, cioè la bocca (saliva) non era a contatto con il berretto. Inoltre il magistrato, poiché c’erano già dei sospettati, aveva ritenuto opportuno procedere non ai sensi dell’art. 360 c.p.p. (accertamenti irripetibili) bensì ai sensi dell’art. 359 c.p.p. (accertamenti ripetibili). La difficoltà quindi era di lavorare con esigue tracce di DNA e in più non c’era la possibilità di utilizzare tutto il materiale, bensì bisognava garantire la ripetibilità dell’accertamento. Nel frattempo, mentre noi tecnici eravamo alle prese con le nostre difficoltà analitiche, i Carabinieri procedevano al fermo, intercettando i due soggetti a Trento, diretti verso il confine. Quindi alle nostre complicazioni, si aggiungeva il fattore tempo, infatti il magistrato ci aveva dato 48 ore, tempo utile per convalidare il fermo o lasciarli liberi. Con un po’ di fortuna e una notte insonne, le analisi su una porzione dei cappellini ci consentivano di isolare evidentemente esigue quantità di sudore (tenuto conto del risultato ottenuto), da cui è stato possibile ottenere un profilo genetico parziale, interpretabile cioè non per tutte le 16 regioni del DNA che si stavano esaminando, ma solo per 11 regioni su un cappellino e per 9 sull’altro, che però combaciavano con i due soggetti sospettati ed erano sufficienti per attribuire i profili e per convalidare l’arresto.

 

È ormai indiscutibilmente assodato, anche se ci si dimentica facilmente di questo, l’assunto che la presenza del DNA di un soggetto non indica che il soggetto ha commesso il fatto. Eppure nella comune idea che l’opinione pubblica si è sempre fatta, ciò non sembra essere tenuto in debito conto. Se il DNA dell’indagato combacia con quello rinvenuto sulla scena del crimine, siamo pronti a puntare il dito e a condannarlo senza neanche valutare se possano esserci ipotesi alternative alla genesi di una traccia o, ancor di più, se magari quella determinata traccia sia temporalmente anteriore al fatto/reato. È infatti indiscutibile che il DNA non è databile, non si può cioè tecnicamente e scientificamente affermare quando una determinata traccia è stata lasciata.

Il trasferimento secondario di DNA

Molti sono gli articoli scientifici che negli ultimi anni hanno affrontato l’argomento del trasferimento di DNA da un soggetto all’altro o, ancor di più, da un oggetto all’altro, senza che il primo soggetto sia mai entrato in contatto con il secondo soggetto o oggetto. Un lavoro sperimentale, effettuato da un gruppetto di ricercatori dell’università dell’Indiana, pubblicato ormai nel settembre 2015 sul Journal of Forensic Sciences dal titolo Could Secondary DNA Transfer Falsely Place Someone at the Scene of a Crime? di Cynthia M. Cale, Madison E. Earll, Krista E. Latham e Gay L. Bush, ha portato alla luce dei risultati sorprendenti riguardo al DNA e in particolare al cosiddetto DNA low copy number e alla possibilità di trasferimento secondario di questo tipo di tracce. In realtà l’argomento è stato più volte trattato in passato, senza peraltro aver avuto delle risposte esaurienti.

Il problema è però sempre più concreto, perché la già citata sensibilità dei kit di analisi è ormai triplicata rispetto agli anni addietro, basti pensare che ormai sono sufficienti pochi picogrammi di DNA per ottenere un profilo genetico, ossia un milionesimo di milionesimo (o bilionesimo) di grammo. A volerlo tradurre in grammi, si dovrebbe scrivere 0,000000000001 g. Tuttavia questa elevatissima sensibilità ha inevitabilmente aumentato la possibilità di trasferimenti secondari oppure, parola tanto amata e utilizzata dagli avvocati, la possibilità di contaminazione.

I ricercatori statunitensi hanno voluto constatare quali possano essere i risultati effettuando un esperimento sul touch DNA su 12 soggetti. Hanno cioè analizzato preliminarmente il DNA di 12 volontari, dopodiché li hanno accoppiati verificando che le caratteristiche genetiche di ciascuno siano facilmente valutabili e li rendessero facilmente distinguibili. Dopo hanno utilizzato 12 coltelli con impugnatura liscia e 12 con impugnatura ruvida. Ai membri di ogni coppia è stato poi chiesto di stringersi la mano vigorosamente per due minuti e di impugnare per altrettanti minuti il coltello che era stato loro assegnato. In questo modo, ogni partecipante contribuiva al profilo di DNA primario rilevato sul coltello che teneva in mano e al profilo di DNA secondario del coltello toccato dall'altro membro della coppia. L'esperimento è stato eseguito in giorni separati per i coltelli a impugnatura liscia e a impugnatura ruvida. Si è cercato di riprodurre in laboratorio ciò che avviene nella realtà, nel contesto cioè di una ipotetica ma reale indagine, con quella che potrebbe essere l'arma del delitto.

I risultati sono stati assolutamente sorprendenti. Le analisi eseguite sul tampone effettuato sul manico dei 24 coltelli hanno consentito di ottenere un profilo genetico utile a confronti solo su 20 coltelli, questo a ragione del fatto che non sempre è possibile ottenere un profilo genetico da tracce esigue. Dei 20 coltelli su cui è stato rilevato materiale genetico in quantità sufficiente, solamente 2 presentavano un profilo genetico riferibile a un unico soggetto. Su cinque coltelli è stata persino rilevata la presenza di DNA non appartenente a nessuno dei partecipanti né ad altri membri del laboratorio. Per questi cinque campioni, le misure adottate dai ricercatori non sono state evidentemente sufficienti a eliminare completamente il DNA già presente sulle mani dei partecipanti, oppure presente sui coltelli stessi, prima dell'esperimento. Tracce di DNA secondario sono state rilevate su 16 coltelli: in 3 casi, la quantità di DNA secondario era sufficiente a confondere l'interpretazione del profilo genetico. La cosa più incredibile accadeva però con 5 coltelli dove il maggiore contributo era dato proprio dal DNA secondario. Se un simile profilo genetico fosse rilevato durante una vera indagine, verrebbe considerata colpevole una persona assolutamente innocente, non avendo neppure mai toccato l'arma del delitto. 

È invece del novembre 2014 uno studio condotto da ricercatori italiani dell’Università La Sapienza di Roma dal titolo DNA fingerprinting secondary transfer from different skin areas: Morphological and genetic studies di Silvia Zoppis, Barbara Muciaccia, Alessio D’Alessio, Elio Ziparo, Carla Vecchiotti e Antonio Filippini, pubblicato sulla rivista Forensic Science International: Genetics, nel quale si evince non solo che il trasferimento secondario è possibile quando si è in presenza di touch DNA ma che addirittura molto dipende dal soggetto e dal tipo di pelle o di sudorazione, caratteristica di ogni soggetto. Inoltre tale studio indica che il touch DNA non sarebbe rilasciato dalle cellule localizzate nello strato più superficiale della pelle per effetto del loro sfaldamento e della conseguente dispersione nell’ambiente circostante; è invece prodotto dalle ghiandole sebacee, concentrate soprattutto nelle regioni pilifere del corpo umano, in una quantità che varia da individuo a individuo, anche in relazione alle condizioni fisiche del momento (stato ormonale, malattie della pelle, ecc.).

Di conseguenza, poiché nel palmo delle mani non sono presenti ghiandole sebacee, il touch DNA rilevato sugli oggetti è solo veicolato dalla mano, che lo ha “catturato” da un’altra parte del corpo, il proprio o quello di un altro individuo: perciò il profilo genetico, rilevato sull’oggetto, non coincide necessariamente con quello della mano che l’ha toccato.

Criticità dell'indagine

Ovviamente questi studi non ridimensionano affatto l'importanza del test del DNA, che era e rimane uno strumento fondamentale per la ricerca della verità processuale. I risultati di questi esperimenti tuttavia non possono che evidenziare un’assoluta necessità di cautela nell'interpretazione dell'esito delle analisi sia da parte dei tecnici sia da parte degli investigatori. Tale approccio prudenziale è indispensabile soprattutto quando il maggior sospettato è un soggetto che frequenta abitualmente la vittima o anche solo l’abitazione della vittima. È chiaro tuttavia che questo vale per quantità esigue di materiale cellulare, cioè quando si è in presenza di touch DNA.

Tali risultati però evidenziano ancora una volta che i campioni sulla scena del crimine devono essere raccolti con grande cura e con le massime cautele, per evitare possibili contaminazioni tra operatore e traccia nonché tra traccia e traccia. Poiché la tecnologia che ci consente di generare questo tipo di profili continua ad accelerare, allo stesso modo devono aumentare gli sforzi per vagliare eventuali errori.

Un’attenta e scrupolosa valutazione da parte dei tecnici di tutti quegli elementi che possono contribuire alla genesi di una determinata traccia, al tipo di traccia stessa e al tipo di profilo genetico (qualità e quantità del DNA in esame) è indispensabile per avere la possibilità di attribuire un reale significato in termini di “peso della prova” ai profili genetici ottenuti, evitando così il rischio di considerare erroneamente significativi alcuni dati che, seppur presenti sulla scena del crimine, nulla hanno a che fare con l’evento delittuoso in sé.

Guida all'approfondimento

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