Giurisprudenza sovranazionale

Imputato sottoposto a iter per l’estradizione e condanna in absentia

A carico del ricorrente, accusato, tra l’altro, di omicidio e di partecipazione ad un’associazione per delinquere di tipo mafioso, veniva applicata custodia cautelare in carcere dal giudice per le indagini preliminari di Catanzaro. L’Autorità giudiziaria italiana, non potendo arrestare il ricorrente che all’epoca si trovava in Brasile, richiedeva alla omologa autorità brasiliana di sottoporlo a custodia cautelare a fini estradizionali. Ordinato l’arresto da parte del Ministro della giustizia brasiliano, le Autorità italiane presentavano richiesta formale di estradizione che, tuttavia, veniva accolta solo in parte dalle autorità brasiliane perché il principio di specialità imponeva di escludere la possibilità di perseguire il ricorrente in Italia per alcuni capi di accusa a suo carico. Il ricorrente si opponeva alla sua estradizione ed evadeva dal carcere brasiliano dove era detenuto, salvo poi essere nuovamente arrestato ed estradato.

Rinviato a giudizio nell’ambito del procedimento penale avviato in Italia, la Corte di assise lo giudicava in contumacia, rigettando le istanze difensive di revoca della decisione. All’esito del giudizio, il ricorrente, condannato all’ergastolo, veniva dichiarato latitante poiché la sua assenza era dovuta ad una sua volontà, desumibile dalla opposizione alla richiesta di estradizione e non ad un legittimo impedimento. La Cassazione, adita dal ricorrente al fine di vedersi revocata la dichiarazione di latitanza, riteneva, invero, che non era possibile assimilare la latitanza volontaria dell’accusato a una causa di forza maggiore.

Il ricorrente, con incidente di esecuzione, comunque rigettato, sosteneva che la dichiarazione di latitanza e la procedura in contumacia dovevano essere dichiarati insussistenti poiché la custodia cautelare a fini estradizionali, a cui lo stesso era sottoposto, doveva ritenersi incompatibile con una dichiarazione di latitanza. Di conseguenza, ritenendo che le sentenze di condanna andavano notificate allo stesso nel luogo di detenzione e non al suo difensore, chiedeva che la sua condanna fosse dichiarata non esecutiva e che gli fosse notificata nuovamente la sentenza di primo grado affinché potesse proporre appello e quindi partecipare al suo processo.

Intanto, la Corte costituzionale dichiarava l’incostituzionalità dell’art. 175, comma 2, c.p.p., dal momento che non permetteva all’accusato, che non aveva avuto conoscenza del processo, di impugnare una sentenza contumaciale quando era già stato interposto appello dal difensore dell’interessato. Sulla scorta di tale pronuncia, la Corte di cassazione revocava l’ordine di esecuzione della condanna ritenendo che il ricorrente, che non aveva rinunciato a comparire, fosse stato erroneamente dichiarato contumace; di conseguenza doveva essergli riconosciuto il diritto di proporre appello.

Su impugnazione del ricorrente, la Corte di assise di appello annullava la condanna, osservando che l’accusato era detenuto a fini estradizionali in Brasile, circostanza peraltro comunicata dal suo difensore, e che le Sezioni unite della Corte della Ccssazione – con sent. 21035/2013 – avevano precisato che la detenzione all'estero poteva essere considerata un impedimento legittimo e ciò anche quando l'accusato, facendo uso di una facoltà di cui era titolare, si opponeva all'estradizione. Tali decisioni determinarono la riapertura del processo di primo grado al quale l’interessato ebbe la facoltà di parteciparvi. Processo poi concluso con sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione.

Ciò posto, il ricorrente lamentava la violazione dell’art. 5 della Convenzione e riteneva che la detenzione sofferta in esecuzione di una condanna in absentia costituiva un flagrante diniego di giustizia derivante dal rifiuto di riaprire il processo penale affinché gli fosse concesso di partecipare.

A giudizio della Corte Edu, il riconoscimento tardivo della violazione dei diritti dell’accusato da parte della Corte di cassazione che, per tali ragioni accetta di riaprire il termine per la proposizione dell’appello, attribuendo al ricorrente la possibilità di partecipare al giudizio, è da ritenersi lesivo dell’art. 5 § 1 della Convenzione, non potendo giustificare a posteriori una privazione della libertà personale.

Per la Corte Edu, un procedimento che si svolge in assenza dell'imputato non è di per sé incompatibile con l'articolo 6 della Convenzione ma rimane comunque il fatto che un diniego di giustizia è costituito quando un individuo condannato in absentia non può ottenere successivamente che un giudice decida nuovamente, dopo averlo sentito, sulla fondatezza dell'accusa in fatto come in diritto, quando non è certo che abbia rinunciato al suo diritto a comparire e difendersi.

Leggi dopo