Giurisprudenza commentata

Violenza sul terreno di gioco. I limiti alla scriminante dell’attività sportiva

14 Dicembre 2017 |

Trib. Milano

Attività sportiva violenta

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni |

Massima

La scriminante atipica del c.d. rischio consentito non si applica al caso in cui le lesioni, procurate in occasione di una competizione sportiva, siano la risultante di una condotta posta in essere “a gioco fermo”. 

Il parametro per valutare la sussistenza della scriminante è l'osservanza delle regole del gioco, la cui violazione dev'essere giudicata in concreto, con riferimento alle condizioni psicologiche dell'agente. Così, la scriminante opera quando l'azione lesiva sia stata realizzata osservando le regole del gioco, in quanto trattasi di conseguenza coperta dal rischio consentito. Parimenti, rientra nell'ambito di operatività della scriminante l'evento lesivo frutto di una violazione involontaria delle regole del gioco, nella misura in cui il medesimo sia strettamente collegato alla competizione sportiva, ovvero rappresenti una naturale conseguenza dell'azione di gioco. Al contrario, laddove l'azione lesiva sia frutto di una violazione intenzionale delle regole del gioco, come nel caso in cui un giocatore intervenga sull'avversario a gioco fermo, deve escludersi l'operatività della scriminante, data l'assenza di collegamento funzionale tra l'azione lesiva e rivelandosi il gioco un mero pretesto per la condotta violenta. 

Il caso

La decisione in commento scaturisce dal procedimento penale instaurato a carico di un soggetto chiamato a rispondere delle lesioni personali volontarie (art. 582 c.p.) cagionate, nel corso di una competizione calcistica, a un giocatore della compagine avversaria. Dalla ricostruzione dei fatti compiuta nel contraddittorio delle parti, nell’ambito della (pur contenuta) istruttoria dibattimentale, emergeva – in maniera pressoché incontestata – come l’imputato, poco prima del termine della gara, avesse deliberatamente aggredito un calciatore della squadra opposta, scatenando quindi una rissa tra gli altri soggetti ivi presenti, che perdurava fino all’intervento delle Forze dell’Ordine. Va precisato che oggetto della pronuncia in esame è la sola condotta posta in essere sul terreno di gioco e nell’ambito della competizione sportiva, avente quali protagonisti il (presunto) aggressore e l’aggredito.

In particolare, già nell’immediatezza dei fatti e poi nell’atto di denuncia-querela, la persona offesa riferiva di aver subito dall’avversario una violenta testata al viso con conseguente frattura del setto nasale – come poi confermato dagli esami clinici effettuati in ospedale e documentalmente comprovato dalla difesa di parte civile – che rendeva necessaria la sottoposizione ad un intervento chirurgico; precisava altresì che l’aggressione era avvenuta in circostanze di tempo e di luogo estranee all’azione di gioco (che, anzi, era stato momentaneamente interrotto a seguito di un fallo e doveva riprendere in tutt’altra zona del campo), di talché, in quelle condizioni, non poteva giustificarsi alcun contatto fisico trai giocatori.

La questione

La sentenza in commento chiarisce, sin dalle prime battute dell’apparato motivazionale, come la questione da risolvere non concerna tanto la riferibilità dell’atto aggressivo alla persona dell’imputato in senso materiale (sul punto, invero, convergono le plurime testimonianze raccolte a margine dell’episodio  – e confluite nel fascicolo per il dibattimento in seguito alla scelta del rito abbreviato condizionato –, così come le dichiarazioni rese in dibattimento dai due testi ammessi a richiesta della difesa e della pubblica accusa), quanto piuttosto la applicabilità della scriminante atipica del c.d. rischio consentito con cui, tradizionalmente, dottrina e giurisprudenza si confrontano in relazione agli eventi lesivi occorsi nell’ambito delle attività sportive genericamente intese e, più in particolare, di quelle attività che non presuppongono immancabilmente il contatto fisico tra i giocatori ma contemplano quest’ultimo come meramente eventuale.
In tale contesto – precisa il tribunale – si tratta di stabilire se «tenuto conto dello specifico contesto ‘sportivo’ di realizzazione del fatto, ricorrano i presupposti per l'applicazione della scriminante atipica del "rischio consentito»; il che, in ultima analisi, equivale a tracciare i confini della configurabilità della esimente in parola rispetto ad eventi lesivi che si pongano ai limiti delle condotte “sportivamente” accettabile. 

Le soluzioni giuridiche

Sgombrato dunque il campo dalla sussistenza dell’elemento materiale della condotta lesiva – e chiarito che la ricorrenza di una malattia, intesa come «qualsiasi alterazione anatomica o funzionale che comporti una riduzione apprezzabile di funzionalità», non può escludersi nel caso in esame – il Giudicante passa a riepilogare i termini della scriminante del rischio consentito nelle attività sportive, idonea – ove applicabile – a elidere l’antigiuridicità del fatto. La sentenza riassume efficacemente i tratti essenziali dell’istituto in questi termini: le lesioni commesse nell'esercizio dell'attività sportiva calcistica possono ritenersi scriminate solo ove la condotta del calciatore risulti rispettosa delle regole specifiche della disciplina praticata, ovvero quando la stessa, pur violando le regole del gioco, non oltrepassi la soglia del c.d. rischio consentito.

In tale contesto, un ruolo centrale assumono i criteri alla cui stregua l’interprete è chiamato a valutare la gravità delle violazioni di volta in volta commesse.

Sul punto, il tribunale – richiamandosi ad orientamenti della giurisprudenza di legittimità assai consolidati – ribadisce, in primo luogo, la necessità che la condotta inosservante venga valutata in concreto, cioè «con riferimento alle condizioni psicologiche dell'agente»; passa quindi ad esaminare una serie di ipotesi pratiche esemplificative, il cui richiamo rende chiara la portata del criterio enunciato.
Anzitutto può accadere che l'azione lesiva sia stata realizzata osservando le regole del gioco (come nel caso in cui il giocatore si scontri fortuitamente con l'avversario, andando a colpirlo nel fianco): in tal caso, opera la scriminante, in quanto in quanto lo scontro fisico tra due calciatori, avvenuto nel rispetto delle regole della disciplina, rientra certamente nel rischio consentito dal gioco del calcio. Diversamente, può darsi l’ipotesi di un evento lesivo frutto di una violazione involontaria delle regole del gioco (come nel caso in cui il giocatore, nel pieno dell'azione e nell'intenzione di sottrarre la palla all'avversario, lo colpisca alla caviglia): anche tale ipotesi rientra nell'ambito di operatività della scriminante, atteso che l'evento lesivo è strettamente collegato alla competizione sportiva, ovvero rappresenta una naturale conseguenza dell'azione di gioco. In terzo luogo – e qui si innesta la fondamentale distinzione sul piano giuridico - può accadere che l'azione lesiva sia frutto di una violazione intenzionale delle regole del gioco (come nel caso in cui il calciatore intervenga sull'avversario a gioco fermo): in tal caso, deve escludersi l'operatività della scriminante, data l'assenza di collegamento funzionale tra l'azione lesiva; in tale ultima evenienza, in particolare, la competizione sportiva si rivela essere un mero pretesto per l’estrinsecazione della condotta violenta.

Alla luce della casistica esposta – chiosa il giudice – discende che nell'area della scriminante sportiva possono ricondursi tutti quei comportamenti osservanti delle regole tecniche della disciplina, ovvero che, pur violativi di tali regole, rimangono nell'ambito del rischio consentito dallo svolgimento della suddetta attività, «dovendo, a tal fine, attribuirsi specifico rilievo al collegamento funzionale tra l'evento lesivo e la competizione sportiva».

Tanto premesso, nel caso sottoposto al suo vaglio nella decisione in commento, il tribunale ritiene – con argomentazione logicamente ineccepibile – che debba escludersi l'operatività della scriminante sportiva, risultando il fatto lesivo non solo irrispettoso delle regole della competizione calcistica (dirette a disciplinare proprio il contegno dei calciatori nel corso dell'azione di gioco), ma anche antigiuridico nel senso più sopra precisato: lo dimostrano, da un lato, il dato temporale (il gesto, come detto, avveniva “a gioco fermo”) e, soprattutto, le modalità dell’aggressione, consistita in una testata, vale a dire in un “gesto” tecnico per nulla giustificato dalle esigenze di gioco. Proprio l’assenza di quel nesso di collegamento funzionale tra azione di gioco e atto violento tradisce, viceversa, l’evidente intenzionalità lesiva della condotta ed esclude in radice la riconducibilità della stessa ad ipotesi di violazioni involontarie o meramente colpose delle regole sportive.

Le argomentazioni spese dal giudice per escludere l’operatività della scriminante riverberano, infine, i propri effetti anche in punto elemento soggettivo, escludendo qualsiasi dubbio in ordine alla ricorrenza del dolo (generico) di lesioni di cui all’art. 582 c.p.

In sintesi, la soluzione fornita dalla pronuncia in commento alla questione giuridica dei limiti all’operatività della scriminante sportiva, può così riassumersi: rientrano nell’ambito del rischio consentito dalla pratica di gioco tutti quei comportamenti osservanti delle regole tecniche della disciplina, ovvero che, pur violando tali regole, rimangono nell'ambito del rischio consentito inerente la suddetta attività, dovendo, a tal fine, attribuirsi specifico rilievo al collegamento funzionale tra l'evento lesivo e la competizione sportiva. 

Osservazioni

La pronuncia in commento offre l’opportunità di ricordare come l’ammissibilità di scriminanti c.d. atipiche, seppure non trovi unanime accoglimento presso gli studiosi, sia stata utilizzata, fino ad oggi, specie dalla giurisprudenza, per fornire una risposta soddisfacente a irrinunciabili esigenze di bilanciamento nell’ambito di specifiche attività umane, da valutare ovviamente sempre alla stregua dei canoni fondamentali dell’ordinamento, in primis di quello di proporzionalità. Proprio rispetto alla pratica sportiva – come dimostra anche la decisione in commento - prevale oggi l’orientamento che ravvisa nel rispetto del c.d. rischio consentito una vera e propria ipotesi di scriminante (o causa di giustificazione) non codificata (cfr., per tutte, Cass. pen., Sez. IV, 20595/2010). Va tuttavia osservato che, al di fuori di tale specifico ambito, la stessa giurisprudenza di legittimità non mostra un atteggiamento di particolare favore verso la creazione di scriminanti non codificate.

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