Giurisprudenza commentata

Stalking: la gravità delle minacce rende irrevocabile la querela proposta

03 Marzo 2016 |

Cass. pen., Sez. V

Stalking

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni |

Massima

Il carattere della gravità, per quanto ravvisabile nelle minacce formulate nell’ambito della contestata condotta di atti persecutori, rende irrevocabile, nel caso di specie, la querela presentata, ritenuto il reato p. e p. dall’art. 612-bis c.p., quindi, correttamente procedibile di ufficio. 

Il caso

La Corte di appello confermava la sentenza di primo grado che aveva ritenuto sussistere l’affermazione di responsabilità penale a carico di Tizio per il reato ex art. 612-bis c.p., riformandola con l’assoluzione dell’imputato per l’ulteriore reato contestato p. e p. dall’art. 609-bis c.p. e rideterminandone la pena inflitta in anni tre e mesi tre di reclusione.

L’imputato proponeva ricorso per Cassazione deducendo due motivi: violazione di legge sull’omessa declaratoria di estinzione del reato per intervenuta remissione di querela e violazione di legge sul diniego delle attenuanti generiche.

La Corte di cassazione rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. 

La questione

In Italia il reato di stalking è stato introdotto con il d.l. 23 febbraio 2009 n. 11, dedicato alle Misure urgenti in materia di pubblica sicurezza e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori, convertito con legge del 23 aprile 2009, n. 38 che ha introdotto l’art. 612-bis del codice penale.

Il fenomeno dello stalking assunse questa denominazione negli Stati uniti all’inizio degli anni ‘80, a seguito di gravi fatti che ebbero per soggetti passivi personaggi famosi dello spettacolo. Il fenomeno s’impose così all’attenzione di sociologi, medici legali e psichiatri come emersione di un atteggiamento che diventava ripetitivo ed assumeva diffusione. Nel 1991 in California venne emanata la prima legge anti-stalking. 


Altri Paesi seguirono l’esempio, posti di fronte ad episodi che evidenziavano la gravità della situazione. Così nel Regno Unito dove nel 1997 fu emanato un Protection from Harassment Act che prevede una figura criminosa in larga parte ispiratrice di quella italiana degli atti persecutori; parimenti con l’art. 238 del codice penale tedesco (come riformulato nel 2007).

L’introduzione nell’ordinamento italiano del reato di atti persecutori è, in realtà, parte di un’iniziativa legislativa mirata ad uno scopo in parte diverso da quello della tutela delle vittime da atti persecutori tout court: il decreto legge succitato, infatti, si prefissava di disporre misure di contrasto alla violenza sessuale e di protezione della donna, quale soggetto debole tipicamente vittima d’intemperanze e di aggressioni maschili. Il provvedimento contenente la normativa sugli atti persecutori nasceva, dunque, in un contesto ben preciso e, potremmo dire, unidirezionale, in base alla radicata convinzione per cui il soggetto da proteggere era quasi sempre di sesso femminile.

Nella relazione parlamentare si legge: la violenza nei confronti delle donne e gli omicidi con movente sessuale o passionale sono spesso annunciati da una serie di atti insistenti e ripetuti (telefonate notturne, pedinamenti, appostamenti ecc.) che attualmente non trovano nel nostro ordinamento idonei strumenti di contrasto. Del tutto inadeguata ad arginare tale fenomeno è la configurazione del reato di molestie. Da qui la necessità di creare una nuova fattispecie che dilati, e al contempo anticipi, la tutela della vittima. Ecco, dunque, che il disegno di legge (n. 1440) è diretto a colmare un vuoto normativo e di tutela non più sostenibile.

E, con riferimento alle condotte di stalking, spesso contrassegnate da una vera e propria escalation, nella stessa relazione si affermava: viene lesa sia la libertà personale sia la riservatezza delle persone. E talora i danni riguardano la stessa incolumità fisio-psichica, nella forma dello stress psicologico. I beni giuridici messi in pericolo o lesi dalle condotte di stalking sono dunque di grande rilevanza, anche nelle ipotesi in cui l’esito delle vicende non sia drammatico. A fronte di un fenomeno così grave ed in forte aumento nella moderna società tecnologica, ed in un ambiente sempre più anonimo e di perdita di coesione sociale, l’ordinamento reagisce con misure troppo blande.

Un problema di rilievo, che il Legislatore ha dovuto affrontare nel formulare una norma descrittiva del reato di atti persecutori, è stato quello di trovare espressioni sufficientemente ampie per ricomprendere la multiformità delle fattispecie suscettibili di essere annoverate in quella nozione e, nello stesso tempo, adeguatamente sintetizzate per coniugare il principio di tassatività delle previsioni di illecito penale con l’opportunità di evitare diffuse casistiche, mai esaurienti.
Il problema fu risolto rinviando, semplicemente, a nozioni ormai acquisite in dottrina e giurisprudenza, fatte divenire elementi componenti della nuova figura di reato.

Gli atti persecutori consistono, in definitiva, in atti di minaccia e di molestia: tali elementi costituenti la nuova fattispecie penale sono, a loro volta, oggetto di norme di diritto positivo che hanno subito una vasta elaborazione nel tempo e hanno raggiunto un risultato interpretativo stabile ed idoneo a rappresentare l’elemento di certezza necessario a soddisfare l’esigenza della tassatività, per legge, delle norme incriminatici.

Per quanto attiene alla procedibilità, l’ultimo comma dell’art. 612-bis c.p. dispone a titolo generale che il delitto di atti persecutori è punito a querela della persona offesa con il termine di proposizione fissato in mesi sei.

Con il decreto legge del 14 agosto 2013, n. 93, Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché' in tema di protezione civile e di commissariamento delle province (in Gazz. uff., serie generale n. 191 del 16 agosto 2013), entrato in vigore il 17 agosto 2013, convertito con modificazioni dalla legge del 15 ottobre 2013, n. 119 (in Gazz. uff. 15 ottobre  2013, n. 242), sono stati inseriti, all’art. 612-bis,comma 4,c.p., i periodi terzo e quarto, l’uno relativo alla natura esclusivamente processale della remissione di querela e l’altro relativo all’irrevocabilità della medesima remissione di querela laddove il fatto sia stato commesso mediante minacce reiterate nei modi di cui all’art. 612, comma 2, c.p.

Proprio su tale, ultimo aspetto della norma incriminatrice degli atti persecutori, s’innesta la motivazione della sentenza in commento.

In effetti, la suprema Corte, a fronte della tesi indicata dal ricorrente sulla problematica se il rinvio dell’art. 612-bis c.p. possa riferirsi alle situazioni indicate nell’art. 339 c.p. ed alla gravità della minaccia contemplata dall’art. 612 c.p., quale motivo ostativo alla irrevocabilità della querela, ritiene che Non è ravvisabile alcuna ragione per la quale la parificazione della gravità della minaccia alle modalità previste dall’art. 339, posta dall’art. 612 ai fini della considerazione di maggiore lesività del reato ivi previsto, debba venir meno nell’ottica della previsione di irrevocabilità della querela per il reato di atti persecutori.

Inoltre, motiva ancora la suprema Corte Il fatto che (…) la locuzione “modi di cui all’art. 612”, contenuta nell’art. 612-bis c.p., coincida sostanzialmente con quella “modi indicati nell’art. 339”, presente nell’art. 612, mentre non è dimostrativo dell’identità dell’oggetto dei due richiamo, tenuto conto del diverso ambito dimostrativo dell’identità dell’oggetto dei due richiami, tenuto conto del diverso ambito normativo di riferimento degli stessi, evidenzia al contrario un dato che si rivela decisivo nl concludere per la riferibilità del rinvio dell’art. 612-bis anche al caso della gravità delle minacce, e non solo a quello delle minacce realizzate nei particolari modi descritti nell’art. 339.

La Corte di cassazione, quindi, con una valutazione sistematica delle norme concernenti la gravità delle minacce, costituenti il fatto di reato contestato all’imputato, conclude ritenendo che proprio la sussistenza di tale gravità renda irrevocabile la querela del reato di atti persecutori e, quindi, procedibile di ufficio. 

Le soluzioni giuridiche

È stato conclusivamente ribadito il seguente principio di interpretazione sistemica:

La gravità della minaccia, se concorre paritariamente con le altre modalità indicate nell’art. 612 nel determinare la particolare offensività della condotta, non può che assumere posizione analoga ove tale maggiore lesività, rispetto alla capacità di autodeterminazione della vittima, è presa in esame ai fini dell’irrevocabilità della querela per il reato di atti persecutori realizzato anche con condotte minacciose. 

Osservazioni

Sulla scorta della ratio di tale ultima decisione della Corte di cassazione, che pare interpretare la sempre maggiore esigenza di ampliamento delle tutele delle vittime di reati, è necessario osservare che il recentissimo d.lgs. 15 dicembre 2015, n. 212 (Attuazione della Direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 ottobre 2012, che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato e che sostituisce la decisione quadro 2001/220/Gai), sotto numerosi aspetti procedimentali e processuali, ha, in effetti, allargato lo spettro di tutela per le vittime di reati nonché ha aumentato la discrezionalità valutativa del Giudicante sulla vulnerabilità della persona offesa.

L’On. Dott.ssa Ferranti, relatrice alla Commissione Giustizia della Camera del testo del d.lgs. 212/2015, scrive che la Direttiva Ue 29 del 2012, in effetti, ha aggiornato il punto di vista delle Istituzioni europee sul ventaglio di diritti pre-processuali e processuali delle persone offese: in primo luogo, garantendo i diritti della vittima di comprendere e di essere compresa, tanto in fase di indagine, quanto in fase processuale; in secondo luogo, disciplinando le prerogative di tutte le vittime, indicando le modalità di individuazione delle vittime meritevoli di particolari strumenti di tutela, pure disciplinati nel testo (FERRANTI, Strumenti di tutela processuale per la vittima del reato. Sguardo di insieme sulle recenti innovazioni alla luce dell’attuazione della direttiva 2012/29/UE,in Dir. pen. cont.).

Si necessita con urgenza, tuttavia, a parere di chi scrive, un contemperamento organico di tali – legittimi – nuovi ed incisivi strumenti di tutela procedimentale e processuale dei soggetti c.d. deboli con gli strumenti di tutela dei diritti di chi è indagato o imputato nei medesimi procedimenti penali.

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