Giurisprudenza commentata

Sorveglianza speciale: poteri e doveri del tribunale nel procedimento per la verifica della persistenza della pericolosità sociale

30 Ottobre 2020 |

Cass. pen., Sez. II

Misure di prevenzione

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni |

Massima

In tema di misura di prevenzione della sorveglianza speciale, il procedimento ex art. 14, comma 2-ter, d.lgs. n. 159 del 2011 attribuisce al tribunale il potere di dare esecuzione alla misura ovvero di revocarla, a seconda dell'esito dell'accertamento circa la persistenza della pericolosità sociale compiuto dopo un periodo di detenzione di almeno due anni, ma non consente di modificare parzialmente la misura, anche in relazione al termine di durata, potendo tale modifica essere adottata solo con il procedimento di cui all'art. 11, comma 2, dello stesso decreto durante l'esecuzione della misura e, dunque, anche eventualmente dopo che il procedimento ex art. 14 cit. si sia concluso con un provvedimento che a tale esecuzione abbia dato luogo.

Il caso

Con decreto del 27 giugno 2003 il Tribunale di Milano, Sezione Misure di Prevenzione, aveva sottoposto un soggetto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per la durata di anni tre e mesi sei; l'esecuzione di tale misura era stata sospesa a causa del lungo periodo di detenzione del prevenuto per espiazione di pena, intercorso tra il 21 febbraio 2002 e il 26 giugno 2019.

L'interessato, all'esito della scarcerazione, aveva promosso il procedimento di cui all'articolo 14, comma 2-ter, del cd. codice antimafia fine di ottenere il riesame circa l'attualità della sua pericolosità sociale e la verifica in ordine alla effettiva possibilità di essere sottoposto alla misura in analisi.

Il Tribunale di Milano, con decreto del 25 giugno 2019, pur ritenendo affievolita la pericolosità sociale dell'istante (e per questo revocando l'obbligo di soggiorno applicato in prima battuta congiuntamente alla sorveglianza speciale di P.S.) decideva di mantenere in vigore la residua misura della sorveglianza speciale, non modificandone la durata.

Detto provvedimento veniva confermato dalla Corte di Appello di Milano.

Contro tale ultimo decreto l'interessato proponeva ricorso per cassazione, lamentando la violazione di legge sia per essere la motivazione del decreto impugnato apparente (la Corte avrebbe trascurato di valutare la buona condotta carceraria dell'appellante e la rescissione dei suoi legami con l'associazione criminale di appartenenza, quali elementi sintomatici della cessazione della sua pericolosità sociale “qualificata”) e sia per avere la Corte ritenuto non soggetta al suo giudizio l'istanza avanzata, in via subordinata, di riduzione del periodo di sottoposizione alla misura della sorveglianza speciale.

La Suprema Corte, con la sentenza in commento, ha integralmente rigettato il ricorso enunciando il principio di diritto poi trasfuso nella massima indicata in epigrafe.

La questione

Nel caso in esame, appare di prioritario rilievo dogmatico la ricostruzione del percorso argomentativo che conduce la Corte a chiarire in modo espresso il punto dei rapporti tra i due procedimenti che il codice antimafia contempla, attivabili entrambi in un momento successivo rispetto a quello funzionale alla decisione sull'applicazione delle misure di prevenzione personali e patrimoniali, al fine di decidere la revoca di una misura già disposta (con efficacia ex tunc ovvero ex nunc) oppure di rivalutare il tema specifico della persistenza o meno, in capo al soggetto sottoposto, di una pericolosità sociale attuale.

Invero, l'altro profilo esaminato (il carattere apparente della motivazione del decreto impugnato alla luce dei principi di diritto enunciati dalla giurisprudenza di legittimità) non si presenta come particolarmente innovativo, risultando piuttosto legato alle specificità del caso concreto alla cui disamina era chiamata la Corte.

Il tema più originale involge qui l'actio finium regundorum che la Cassazione intraprende per delimitare i rispettivi margini di operatività tra i due istituti previsti dall'articolo 11 del decreto del 2011 (dedicato all'istituto della revoca/modifica delle misure di prevenzione) e dall'articolo 14, comma 2-ter, dello stesso testo (che invece disciplina il diverso procedimento di riesame dell'attualità della pericolosità sociale all'esito di un periodo di carcerazione subìto dal sottoposto).

Ciò perché il ricorrente aveva sovrapposto i due profili adducendo sia la cessazione della sua pericolosità sociale ai sensi dell'articolo 14, con conseguente impossibilità di dare esecuzione a una misura applicata tanti anni prima, e sia l'eccessività del periodo di sottoposizione a misura stabilito anch'esso con il provvedimento genetico, con ciò implicitamente chiedendo una modifica del decreto applicativo rientrante nell'alveo dell'articolo 11 del testo del 2011.

La questione era quindi correlata alla possibilità che il giudice di merito, chiamato a rivalutare l'attualità della pericolosità sociale all'esito di una detenzione considerevolmente lunga, potesse anche operare come giudice della revoca/modifica e, pertanto, stabilire la congruità del periodo originariamente stabilito di sorveglianza speciale di P.S. rispetto al grado attuale della pericolosità sociale dell'interessato.

Essa è stata risolta tenendo conto delle differenze strutturali e funzionali tra i due procedimenti, ma anche delle indiscutibili analogie ravvisabili tra essi, considerato che in entrambi i casi oggetto del giudizio è l'attualità della pericolosità sociale ritenuta esistente nel provvedimento genetico di applicazione della misura.

Infatti, questo accertamento rappresenta il fulcro sia del giudizio di revoca con efficacia ex nunc delineato dall'articolo 11, comma 2, che anche di quello di riesame ex articolo 14, comma 2-ter, funzionale alla conferma o meno dell'esecuzione di una misura già applicata in precedenza, mentre del tutto diversa è la valutazione cui è chiamato il giudice allorché venga investito di una istanza di revoca con efficacia ex tunc, ovvero per il difetto originario dei presupposti che hanno imposto l'applicazione della misura con il provvedimento genetico.

Le soluzioni giuridiche

La Corte, per risolvere la questione posta al suo esame, prende le mosse da una sintetica disamina del quadro normativo formatosi nel corso degli anni in subiecta materia, risolvendo il caso – sostanzialmente - sulla base del dato testuale dell'articolo 14, comma 2-ter,d.lgs. 159/2011 che non prevede alcun intervento del tribunale sulla durata della misura originariamente stabilita nel decreto impositivo rimasto sospeso a causa dell'intervenuta detenzione.

All'esito dell'accertamento colà previsto, precisa la Corte, il tribunale potrà emettere solo due provvedimenti: il decreto col quale “ordina l'esecuzione della misura” nel caso in cui ritenga persistente la pericolosità sociale del soggetto, ovvero il decreto con il quale “revoca” le misure di prevenzione, qualora ritenga invece cessata la pericolosità sociale dell'interessato.

Risulta quindi evidente che l'articolo 14 citato non preveda alcun intervento del giudice sulla durata della misura originariamente stabilita nel decreto impositivo, rimasto sospeso a causa della intervenuta detenzione.

Si osserva che, al contrario, tale intervento (che secondo la Corte costituisce una modifica della misura) è invece espressamente previsto e reso possibile dal menzionato articolo 11 che, tuttavia, tratteggia un procedimento diverso da quello introdotto dall'articolo 14, comma 2, dello stesso decreto.

Senza menzionare l'intervento della Corte costituzionale sul punto ed affermando invece che tale procedimento sarebbe stato introdotto con la legge n. 161 del 2017, la cassazione si limita a prendere atto delle differenze tra i due procedimenti, nel senso di seguito chiarito.

Alla luce di ciò, si evidenzia che solo all'esito del procedimento di cui all'articolo 14 - e quindi una volta che sia stata riaffermata l'attualità della pericolosità sociale del sottoposto - l'interessato potrà agire ai sensi dell'articolo 11, comma 2, e chiedere la modifica della sorveglianza speciale in corso di esecuzione all'indomani dell'esito positivo della verifica stabilita dall'articolo 14.

Viene quindi riaffermata, in conclusione, la diversità strutturale tra questi due procedimenti nel senso che quello di cui all'articolo 11 presuppone l'esecuzione in essere della misura ed è funzionale alla sua revoca o alla modifica (sia per quanto riguarda il termine di durata, sia in ordine al luogo ove è stato stabilito il luogo di soggiorno obbligato e sia in riferimento alle prescrizioni imposte con il decreto genetico), mentre il procedimento delineato dall'articolo 14 presuppone la sospensione della misura ed è specificamente (e unicamente secondo la Corte) destinato alla verifica circa il precipuo tema della attualità o meno della pericolosità sociale all'indomani di una lunga detenzione.

Osservazioni

La sentenza in commento appare interessante perché, pur a fronte di un inquadramento dogmatico piuttosto scarno e di uno scarso approfondimento sulle diversità strutturali e funzionali tra i diversi procedimenti, previsti dal codice antimafia, destinati a intervenire all'indomani di un provvedimento genetico di applicazione di una misura di prevenzione, enuncia in modo espresso (e a quanto consta per la prima volta) il principio di diritto secondo il quale nell'ambito del giudizio di cui all'articolo 14, comma 2-ter, il giudice della prevenzione non può e non deve valutare profili diversi rispetto a quello della persistenza dell'attualità della pericolosità sociale dell'istante, essendo riservata al differente procedimento di revoca/modifica di cui all'articolo 11 la disamina sugli aspetti concernenti le modalità operative della misura applicata (e a questo punto “confermata” all'esito del giudizio di cui sopra) e il tema della congruità della sua durata.

Appare quindi opportuno, per una migliore comprensione delle tematiche sottese alla sentenza in commento, riepilogare in sintesi gli aspetti specifici degli istituti che vengono raffrontati dalla Suprema Corte, sottolineandone le affinità e le differenze.

L'articolo 11, comma 2, del d.lgs. n. 159/2011 stabilisce che il decreto applicativo della misura di prevenzione può essere revocato o modificato, su istanza dell'interessato e sentita l'autorità che lo aveva proposto, quando sia cessata o mutata la causa che lo ha determinato.

Stante il silenzio del Legislatore e tenuto conto dei contributi dottrinari al riguardo, deve osservarsi come - in assenza di previsioni normative specifiche - la modifica/revoca della misura sia consentita in ogni momento, senza che si renda necessario il decorso di un certo lasso di tempo, predeterminato in astratto, dall'inizio della sua esecuzione.

Tuttavia, è evidente che la natura stessa di questo giudizio di verifica della condotta tenuta dal sottoposto, di rispetto o meno delle prescrizioni, di eventuale attenuazione o elisione della pericolosità sociale in origine ritenuta sussistente non può che richiedere che vi sia stato un periodo congruo di osservazione.

Il decreto può anche venir modificato, pure per quanto attiene all'applicazione dell'obbligo o del divieto di soggiorno, su richiesta dell'autorità proponente quando ricorrono gravi esigenze di ordine e sicurezza pubblica, ovvero in caso di reiterate violazioni da parte del sottoposto degli obblighi inerenti alla misura.

Si tratta, nel primo caso, di un'ipotesi di modifica in melius o di revoca della misura in corso, praticabile una volta che siano stati esperiti i mezzi di impugnazione e, quindi, a fronte di un provvedimento passato in giudicato (sia pure secondo le peculiarità proprie del giudicato rebus sic stantibus in materia di prevenzione), senza limiti temporali e in presenza di una specifica condizione, vale a dire per il mutamento delle condizioni iniziali di pericolosità personale che avevano determinato l'applicazione all'interessato della misura in corso.

In via generale, va rilevato che per l'accoglimento della richiesta di revoca o modifica, in virtù della cessazione ovvero dell'attenuazione della pericolosità sociale, la giurisprudenza richiede un cambiamento in positivo della condotta del soggetto, unitamente con il decorso di un certo spatium temporis rispetto all'inizio dell'esecuzione della misura.

In applicazione dei citati principi (e per distinguere l'area di operatività del citato rimedio rispetto a quello impugnatorio ex art. 10 del d.l.gs. n. 159/2011) si è affermato in giurisprudenza (cfr. Cass. pen., Sez. VI, 11 luglio 2017, n. 33706) che il requisito dell'attualità della pericolosità deve essere accertato nel giudizio di impugnazione non in relazione al momento in cui questo ha luogo, ma a quello originario in cui è stata applicata la misura, potendo l'eventuale sopravvenienza di nuovi elementi di valutazione consentire all'interessato unicamente di proporre istanza di revoca o modifica, e non già legittimare un nuovo apprezzamento del giudice dell'impugnazione nei gradi successivi del procedimento.

Cass. pen., Sez. I, 13 ottobre 1989, ric. Giuliano, chiarisce, infatti, che ai fini della revoca siano necessari sia il decorso di un certo lasso di tempo dall'adozione del provvedimento impositivo dell'obbligo, ma anche l'accertamento della cessazione o della modificazione delle cause che l'hanno determinato, che deve tenere conto della presenza o meno di pregiudizi penali o di polizia nel periodo successivo alla sottoposizione, nonché - più in generale e nell'ottica del giudizio di prevenzione - di tutta la condotta della persona.

Si è inoltre affermato (cfr. Cass. pen., Sez. I, 24 gennaio 2017, n. 19657) che, ai fini della revoca della misura di prevenzione della sorveglianza speciale, il giudice della prevenzione è tenuto a compiere una complessiva valutazione della persistente condizione di pericolosità sociale del sottoposto che - senza alcun automatismo valutativo e decisorio - tenga conto degli elementi originariamente acquisiti, correlandoli a quelli relativi all'evoluzione della personalità in relazione all'eventuale periodo di detenzione patito e alle ulteriori emergenze processuali.

Il comportamento del sottoposto, dunque, deve presentarsi come rivelatore dell'attenuazione o della scomparsa della pericolosità sociale, tale da costituire indice, nel suo complesso, di riadattamento sociale, idoneo a non giustificare più il mantenimento di tutte le limitazioni della libertà personale in precedenza imposte (Cass. pen., Sez. I, 6 giugno 1972, Zindato).

A titolo esemplificativo, non è stato ritenuto sufficiente a giustificare la revoca anticipata della misura il mero esercizio di attività lavorativa stabile (Cass. pen., Sez. I, 7 ottobre 2004, Stella e più recentemente Cass., Sez. I, 18 settembre 2009, n. 37487, ric. Pennino).

Altrove si è affermato che l'esito assolutorio di un procedimento penale relativo ad un fatto storico incidente sul giudizio di pericolosità del soggetto, pur nella tendenziale prevalenza del giudicato favorevole nella sede penale, non impedisce un'autonoma valutazione da parte dei giudici della prevenzione dei profili di pericolosità soggettiva (così Cass.pen., n. 23813/2020).

Specificando detto principio si è sostenuto che l'intervenuta assoluzione dal reato non comporta l'automatica revoca della sorveglianza speciale sensi dell'articolo 11 citato, a condizione che la verifica della persistenza dell'originaria pericolosità sociale venga eseguita in relazione alla specifica categoria di pericolosità soggettiva, tipizzata dalla legge, che era stata contestata al proposto e nel cui ambito lo stesso era stato inquadrato nel provvedimento genetico (in tal senso Cass. pen., n. 20576/2020).

Questi risultano i profili caratteristici della revoca con efficacia ex nunc, ovvero disposta per la sopravvenuta – in corso di esecuzione – cessazione di una pericolosità sociale ritenuta esistente al momento dell'applicazione della misura di prevenzione.

Giova chiarire che la revoca del decreto di applicazione delle misure di prevenzione della sorveglianza speciale pronunciata dal giudice non per difetto originario, ma per cessazione della pericolosità sociale del proposto, non esclude la sussistenza ab origine degli elementi in base ai quali la misura viene adottata, con la conseguenza che non comporta la cessazione retroattiva degli effetti del provvedimento applicativo e quindi non rende penalmente irrilevanti le condotte di inosservanza degli obblighi tenute dal proposto anteriormente alla revoca (si veda sul punto anche Cass. pen., n. 17352/2020).

Diverso è, invece, l'istituto della revoca con effetto ex tunc, determinata cioè dall'accertamento (in epoca successiva al decreto applicativo originario) dell'inesistenza ab origine dei profili di pericolosità reputati dai primi giudici invece sussistenti nella fase genetica della misura.

In questi casi evento rilevante ai fini della revoca della misura può essere il sopravvenire di una sentenza assolutoria perché il fatto non sussiste o perché l'imputato non lo ha commesso, circostanza che fa venire meno il presupposto fattuale che ha fondato la misura, stigmatizzato nell'imputazione (Cass., Sez. I, 21 aprile 1987, Ragosta, mentre alla soluzione opposta è giunta Cass. pen. Sez. V, 11 luglio 2006, Magrone).

Anzi, sotto il primo profilo, va detto che allorché si determini inconciliabilità dei fatti posti a fondamento di un provvedimento di applicazione di una misura di prevenzione con quelli stabiliti in una sentenza penale irrevocabile, la Corte Suprema ha precisato che spetta proprio al giudice della prevenzione, richiesto della revoca del provvedimento con effetto ex tunc in base a tale inconciliabilità, “il potere - dovere di accertare se quei fatti siano stati gli unici presi in esame nel momento di applicazione della misura e, dunque, il potere di respingere la richiesta di revoca qualora, certa quella inconciliabilità, emerga che anche altri erano stati i presupposti di fatto del provvedimento” (Cass., Sez. Un., 10 dicembre 1997, Pisco).

Sotto questo profilo, proprio la previsione normativa di un meccanismo di revoca rende compatibile l'ordinamento di prevenzione con il diritto alla revisione di decisioni ingiuste e comunque assunte con gravi violazioni della procedura, tutelato dall'art. 4 Prot. n. 7CEDU, il cui testo, al comma 2, stabilisce che: “Le disposizioni di cui al paragrafo precedente (che concerne il ne bis in idem) non impediranno la riapertura del processo, conformemente alla legge ed alla procedura penale dello Stato interessato, se dei fatti nuovi o degli elementi nuovi o un vizio fondamentale nella procedura antecedente avrebbero potuto condizionare l'esito del caso” (in tal senso Cass. Pen., n. 3157/2012, secondo cui la revoca va  intesa quale istituto previsto per far fronte a ipotesi di sopravvenuto mutamento delle condizioni che avevano originariamente giustificato l'applicazione della misura).

Il decreto che accoglie la domanda di modifica o revoca della misura sostituisce integralmente quello originario, con effetti ex tunc (nel caso della revoca) qualora vi fosse stata una carenza originaria dei presupposti di legge, ovvero ex nunc se la revoca sia stata pronunciata sulla base di circostanze sopravvenute.

Ne consegue che nell'ipotesi in cui il decreto di sottoposizione venga revocato a causa dell'originaria mancanza delle condizioni che ne legittimavano l'adozione, gli obblighi imposti restano caducati ex tunc, come se non fossero mai stati stabiliti, con la conseguente necessità di assolvere il sottoposto che sia stato tratto a giudizio per l'inosservanza delle relative prescrizioni.

Diverso è il procedimento delineato dall'articolo 14 del Codice Antimafia.

Con sentenza n. 291 del 6 dicembre 2013 la Corte Costituzionale ha accolto la questione sollevata dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, dichiarando l'illegittimità dell'art. 15 del decreto legislativo n. 159/2011 e dell'art. 12 della legge n. 1423/56 nella parte in cui non preved(eva)no che - nel caso in cui l'esecuzione di una misura di prevenzione personale resti sospesa a causa dello stato di detenzione per espiazione di pena della persona a esso sottoposta - l'organo che ha adottato il provvedimento di applicazione debba valutare, anche d'ufficio, la persistenza della pericolosità sociale dell'interessato al momento dell'esecuzione della misura.

La Corte Costituzionale, valorizzando a tal fine la comune finalità delle misure di sicurezza e delle misure di prevenzione (volte entrambe a prevenire la commissione di reati da parte di soggetti socialmente pericolosi e a favorirne il recupero all'ordinato vivere civile, al punto da poter essere considerate come “due species di un unico genus”) ha esteso anche alle seconde il procedimento di riesame dell'attualità della pericolosità già codificato per le prime.

In linea generale, infatti, il decorso di un lungo lasso di tempo incrementa la possibilità che intervengano modifiche nell'atteggiamento del soggetto nei confronti dei valori della convivenza civile: a maggior ragione ciò vale quando si discuta di persona che, durante tale lasso temporale, è sottoposta a un trattamento specificamente volto alla sua risocializzazione, come avviene (o dovrebbe avvenire) durante una carcerazione in espiazione di pena.

Se è vero, in effetti, conclude la Corte, che non può darsi per scontato a priori l'esito positivo di detto trattamento, per quanto lungo esso sia, meno ancora può giustificarsi, sul fronte opposto, una presunzione - sia pure solo iuris tantum - di persistenza della pericolosità malgrado il trattamento, che equivale alla negazione della sua stessa funzione: presunzione che risulta, per converso, sostanzialmente insita in un assetto che attribuisca alla verifica della pericolosità operata in fase applicativa una efficacia sine die, salvo che non intervenga una sua vittoriosa contestazione da parte dell'interessato.

La Corte ha ricostruito, quindi, il procedimento di revisione della pericolosità all'esito della cessazione della causa di sospensione mediante il richiamo all'art. 679 c.p.p.; in ordine all'individuazione del giudice competente, si è fatto riferimento all'organo che ha emanato il provvedimento di applicazione della misura, sulla falsariga di quanto previsto dall'art. 7, secondo comma, della legge n. 1423 del 1956 (oggi art. 11 del decreto 159/2011) in rapporto alla revoca o alla modifica del provvedimento stesso.

Quanto all'oggetto del giudizio di verifica della pericolosità, deve ritenersi che il Tribunale non possa esimersi dallo svolgere degli accertamenti al fine di comprendere l'effettiva valenza risocializzante, nel caso di specie e tenuto conto anche del grado di pericolosità tratteggiato nel decreto applicativo della misura, del trattamento penitenziario.

All'esito il giudice potrà provvedere nel senso di revocare o non revocare anticipatamente la sorveglianza (a questo punto mai eseguita in concreto) a seconda che ritenga ancora sussistente o meno l'attuale pericolosità sociale dell'interessato, già cristallizzata nel decreto applicativo; nel fare ciò dovrà sicuramente tenere conto - in una valutazione sinottica e comparativa - dell'epoca di emissione della misura e del lasso di tempo decorso fino al momento dell'effettiva potenziale sottoposizione, del tipo di pericolosità ritenuta (semplice o cd. qualificata, dovendosi probabilmente esercitare maggiore cautela in presenza di soggetti indiziati di appartenere a sodalizi mafiosi, nei riguardi dei quali sussiste tuttora in giurisprudenza una sorta di “presunzione di attualità” della pericolosità sociale) e del grado di pericolosità, connesso all'effettivo disvalore delle condotte tenute e alla concreta possibilità che l'interessato tenga in futuro comportamenti pericolosi per la società, nonché ovviamente degli esiti delle indagini delegate in riferimento alla vita carceraria del prevenuto.

Da segnalare come la successiva evoluzione giurisprudenziale si sia soffermata sull'ampiezza del sindacato del giudice in sede di riesame della pericolosità sociale del sottoposto chiarendo che - per un verso - il giudice competente per l'esecuzione della misura preventiva già inflitta non può prescindere dal tener conto del (lungo) periodo di detenzione subìta dal prevenuto, dovendoprocedere alla rivalutazione anche di ufficio.

D'altro canto, sottolinea la Corte di cassazione, la legge non prevede, tra i presupposti per la non conferma della misura di prevenzione, la produzione o l'allegazione di fatti nuovi rispetto a quelli che hanno legittimato l'applicazione della misura nel “primo” giudizio.

Nel valutare la persistenza della pericolosità, bisogna perciò considerare il contesto probatorio che ha determinato, a suo tempo, l'applicazione della misura personale; ma occorre farlo alla luce della lunga detenzione, la quale può determinare una decisiva incrinatura dell'originario corredo fattuale.

In altre parole, la Suprema Corte censura qualsiasi automatismo nel respingere le istanze di riesame delle misure preventive: occorrerà, al contrario, tenere conto del periodo trascorso in carcere quale risultante dalle relazioni comportamentali, dell'incidenza che questo abbia avuto sulla condizione e sulla persona del proposto, della scemata pericolosità in conseguenza della sanzione penale o ancora dell'eventuale concessione di benefici penitenziari o processuali (così Cass. Pen., n. 8242/2019).

Sull'altro versante, però, la Corte di cassazione nega che il prevenuto possa ottenere la revoca della misura unicamentein considerazione della lunga detenzione patita, giacché la pronuncia della Consulta escluderebbe automatismi in entrambi i sensi.

Per un verso, infatti, il giudice dell'esecuzione non può omettere di valutare l'incidenza della pena espiata sulla persistente pericolosità del prevenuto; per altro verso, comunque quest'ultimo non può semplicemente far leva sulla pena subìta per ottenere la revoca della misura, avendo la giurisprudenza costituzionale introdotto semplicemente l'obbligo di una seconda valutazione rigorosa e “neutra”, a garanzia tanto del sottoposto quanto dell'interesse collettivo.

Anzi, si è specificato che ai fini del giudizio sull'attualità della pericolosità sociale è necessario accertare se soggetto sottoposto siano attribuibili fatti, di qualunque tipo, sintomatici della persistenza di tale pericolosità rilevando in tal senso anche quelli non costituenti reato (fattispecie in cui la Corte ha valorizzato, per riaffermare l'attualità della pericolosità, le frequentazioni con soggetti pregiudicati e l'irreperibilità alle ricerche delle forze dell'ordine indipendentemente dalla loro connessione con la violazione delle misure di prevenzione; Cass pen., n. 49583/2018).

Su questo tessuto ermeneutico si è innestata la legge n. 161/2017, che  ha codificato il dictum della sentenza n. 291/2013 della Corte Costituzionale nella parte in cui impone il riesame, anche officioso, dell'attualità della pericolosità del sottoposto al momento della ripresa dell'esecuzione della misura, sempre che vi sia stata sospensione per un apprezzabile lasso di tempo (che la Corte aveva rimesso alla valutazione caso per caso del giudice e che, invece, la legge n. 161 quantifica in almeno due anni).

In specie, si è seguita la linea interpretativa della giurisprudenza di legittimità secondo la quale l'esecuzione della sorveglianza speciale resta sospesa durante il tempo in cui l'interessato è sottoposto alla misura della custodia cautelare.

Se la pericolosità sociale è cessata, il Tribunale emette decreto con cui revoca il provvedimento di applicazione della misura di prevenzione; se, invece, persiste la pericolosità sociale, il Tribunale emette decreto con cui ordina l'esecuzione della misura di prevenzione, il cui termine di durata continua a decorrere dal giorno in cui il decreto stesso è comunicato all'interessato.

Quindi il Tribunale, qualora confermi la già ritenuta valutazione di attualità della pericolosità del sottoposto, diviene per la prima volta - in qualche modo - organo dell'esecuzione della misura (funzione normalmente attribuita al Questore, com'è noto) dovendo emettere un vero e proprio ordine di esecuzione.

In conclusione, si ritiene che il punto più interessante della pronuncia in commento, che pure non presenta profili ricostruttivi particolarmente approfonditi né più ampie riflessioni sui temi posti all'attenzione del giudice di legittimità, sia rappresentato proprio dall'aver esplicitamente stabilito i precisi confini del giudizio di riesame di cui all'articolo 14, comma 2 ter, rispetto a quello di revoca/modifica della misura tratteggiato dall'articolo 11 del Codice Antimafia.

La Corte, analizzando il dato testuale delle due norme, pare aver presupposto una sorta di pregiudizialità del primo rispetto al secondo, nel senso che soltanto dopo che si sia concluso con esito positivo il procedimento innescato - anche di ufficio - dopo la scarcerazione di un soggetto (già in precedenza destinatario di un provvedimento applicativo di misure di prevenzione) detenuto per oltre due anni, costui potrà attivare il diverso procedimento funzionale ad ottenere una revoca anticipata della misura stessa, ovvero una sua modifica, anche rispetto alla durata del periodo di sottoposizione.

D'altro canto, tale pregiudizialità appare connaturata alla stessa volontà legislativa che, con la legge 161/2017, ha disposto la sospensione automatica (quindi prescindendo da un'apposita istanza dell'interessato) dell'esecuzione della sorveglianza speciale durante il tempo in cui l'interessato è sottoposto a detenzione per espiazione di pena, richiedendo poi - dopo la cessazione dello status detentionis e purché esso si sia protratto per almeno due anni - una verifica, anche di ufficio, della persistenza della sua pericolosità.

La soluzione adottata dalla Suprema Corte è quindi condivisibile, anche considerato che i due citati giudizi - al di là delle analogie prima richiamate - presentano indiscutibili differenze: infatti, nonostante in entrambi i casi competente sia lo stesso giudice (vale a dire quello che ha emesso la misura) e oggetto comune del giudizio sia l'attualità della pericolosità sociale dell'interessato, si apprezzano significative differenze sia in ordine ai presupposti, che in merito all'ampiezza del sindacato giurisdizionale e sia, infine, per quanto riguarda il tipo di provvedimenti adottabili.

Infatti, come anticipato, la revoca/modifica presuppone una misura in corso di esecuzione, mentre il riesame ex art. 14 opera su di una misura la cui esecuzione è sospesa per volontà di legge; mentre nel primo caso la giurisprudenza richiede il decorso di un certo tempo dell'esecuzione della misura per poter apprezzare un mutamento in positivo delle scelte esistenziali del sottoposto e, quindi, un aliquid novi che non può essere individuato soltanto nel decorso del tempo e nella corretta osservanza delle prescrizioni (che viceversa rappresenta l'in sé della misura applicata), nel secondo invece il giudice dovrà verificare l'attualità della pericolosità alla luce dell'evoluzione della personalità dell'interessato alla stregua della durata (più o meno lunga) della carcerazione e dei trattamenti risocializzanti di cui egli ha fruito nel corso della detenzione, escludendosi quindi la necessità che sopravvenga un elemento di valutazione nuovo e positivo.

In ciò si coglie il necessario criterio distintivo del sindacato tratteggiato dalla Consulta (e poi codificato nel 2017) in termini di parallelismo rispetto al meccanismo di cui all'art. 679 c.p.p. in tema di misure di sicurezza rispetto al consueto giudizio di revoca, ancorato alla richiesta di parte e all'asserita cessazione - in forza di un quid novi che non può consistere nel mero decorso del tempo, né nel semplice fatto dell'esercizio di attività lavorativa - delle esigenze di controllo sociale cui era sottesa la misura all'epoca della sua applicazione.

Se è vero, infatti, che in entrambi i casi la revoca o la modifica in senso favorevole al sottoposto del provvedimento applicativo presuppongono necessariamente un giudizio di diminuita pericolosità, lo è altrettanto che per l'accoglimento della richiesta di revoca o modifica ai sensi dell'art. 11, in virtù della cessazione ovvero dell'attenuazione della pericolosità sociale, la giurisprudenza richiede un mutamento della condotta del soggetto, unitamente con il decorso di un certo spatium temporis rispetto all'inizio dell'esecuzione della misura.

La già richiamata necessità di un certo periodo di osservazione e di valutare la condotta complessivamente tenuta dal sottoposto, lineamenti questi propri del giudizio di revoca anticipata, valgono a distinguere tale procedura da quella tratteggiata dalla Corte e trasfusa nell'art. 14, che appare invece incentrata sulla necessità di analizzare la condotta tenuta in carcere dall'interessato al fine di comprendere se su di lui la pena abbia o meno conseguito la finalità rieducativa cui costituzionalmente deve tendere.

Per questa ragione la norma impone al giudice di assumere a tal fine “le necessarie informazioni presso l'amministrazione penitenziaria e l'autorità di pubblica sicurezza, nonché presso gli organi di polizia giudiziaria”.

Ne consegue l'inammissibilità di interferenze tra i due procedimenti, in quanto in sede di riesame dell'attualità della pericolosità il giudice potrà soltanto verificare la persistenza o meno della stessa e non anche modificare le prescrizioni o la durata di una misura comunque sospesa.

Potrebbe certo dirsi, in senso critico, che trattasi di una soluzione troppo ancorata al dato testuale della norma, particolarmente formalistica e tale da onerare il sottoposto della presentazione di una nuova istanza ai sensi dell'articolo 11 una volta esaurito il procedimento di cui all'articolo 14; del resto si è visto in precedenza che - dal punto di vista concettuale - è indiscutibile una tendenziale sovrapposizione tra il giudizio di riesame della pericolosità e quello di revoca con efficacia ex nunc laddove entrambi tendono a verificare l'attualità della pericolosità.

Infine, le conseguenze ultime di entrambi i giudizi appaiono identiche nel caso in cui si ritenga cessata la pericolosità sociale dell'interessato, tanto che sia nell'articolo 11 che nell'articolo 14 si fa esplicito riferimento alla “revoca” del provvedimento di applicazione della misura di prevenzione.

Se tali considerazioni si presentano come ragionevoli e fondate su di un'interpretazione equilibrata del sistema, non può tuttavia che condividersi la scelta dei giudici di legittimità di sottolineare come si sia in presenza di due procedimenti distinti, tra i quali non sono ammissibili interferenze o sovrapposizioni, se non si vuole rischiare di mettere in discussione la coerenza del sistema.

Leggi dopo