Giurisprudenza commentata

Messa alla prova per gli adulti: adeguatezza della proposta sul risarcimento del danno o proporzionalità della sanzione volontaria?

09 Dicembre 2019 |

Cass. pen., Sez. II

Messa alla prova

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni | Guida all'approfondimento |

Massima

La valutazione giudiziale del programma presentato dall'imputato per ottenere la sospensione del processo per la messa alla prova, deve tenere conto della adeguatezza dello stesso che va intesa, non soltanto nel senso della sua idoneità a favorire il reinserimento sociale ma, anche, nel senso di verificare la effettiva corrispondenza della offerta risarcitoria alle condizioni di vita del prevenuto. Corrispondenza che deve essere indagata anche sotto il profilo della espressione apprezzabile dello sforzo sostenuto dall'imputato per elidere le conseguenze dannose o pericolose del reato e risarcire il danno.

 

Il caso

Ricorre per cassazione il Pubblico ministero avverso l'ordinanza del Tribunale monocratico del 28.2.2019 con cui, a seguito della personale richiesta avanzata dall'imputato, era stata disposta la sospensione del procedimento con messa alla prova per un periodo di mesi 8.

Il richiedente era tratto a giudizio per rispondere del reato di appropriazione indebita aggravata e continuata commessa nella sedicente veste di agente assicurativo e promotore finanziario, di somme che gli erano state affidate per un ammontare complessivo di circa 360.000,00 Euro da numerose persone per essere investite in fondi comuni.

Lamenta in sintesi il Pubblico ministero ricorrente che il provvedimento impugnato, in quanto carente di specifici riferimenti ai criteri di valutazione ed ai parametri di cui all'art. 133 c.p., avrebbe violato la legge che regola l'istituto quanto alla finalità rieducativa e al principio di proporzionalità e si presenterebbe altresì viziato nella motivazione, specie nel punto in cui il giudice del merito aveva omesso di valutare la gravità del danno arrecato alla persona offesa oggetto di riparazione e la inadeguatezza, rispetto a tale danno, della prospettata offerta risarcitoria da parte dell'imputato, trascurando ogni indagine preventiva orientata ad accertare ai sensi dell'art. 464-bis, comma 5, c.p.p., la attualità delle condizioni economiche dell'imputato.

La Corte di cassazione, anche su parere scritto dalla Procura Generale, risultato in linea con quanto rappresentato dall'inferiore ufficio ricorrente, ha annullato l'ordinanza impugnata restituendo gli atti al tribunale, prescrivendo che si proceda a nuova valutazione della adeguatezza della offerta risarcitoria da compiersi nel rigoroso rispetto dei parametri legalmente prefissati.

La questione

Con il ricorso preso in esame dal giudice di legittimità è stata posta la questione concernente l'ambito valutativo e prescrittivo assegnato al giudice - ai sensi dell'art. 168-bis, comma 2, c.p. - del “programma” presentato dall'imputato che ha chiesto – nei termini e secondo le forme di cui all'art. 464-bis c.p.p. – la sospensione del processo per la sua messa alla prova.

Posto che la discrezionalità del giudizio circa l'adeguatezza del programma presentato dall'imputato risulta pur sempre legalmente ancorata agli elementi di valutazione contemplati nell'art. 133 c.p., la corte regolatrice si è chiesta quale sia il rapporto in termini di “adeguatezza” dell'offerta di risarcimento del danno, rispetto all'inciso “ove possibile” ricompreso nella regola prescrittiva di cui all'art. 168-bis, comma 2, c.p.

Le soluzioni giuridiche

Nel motivare la decisione in esame, la corte perviene all'annullamento con rinvio dell'ordinanza impugnata partendo dalla precisazione che l'ammissione alla messa alla prova non rappresenta un diritto assoluto dell'imputato. Svolge quindi un breve excursus quanto alla disciplina dell'istituto di recente creazione, ponendo in luce, tra le caratteristiche più rilevanti, quella della idoneità del programma di trattamento inizialmente proposto in funzione unicamente di una formulazione di prognosi favorevole.

Il programma (ovvero la richiesta dello stesso nel caso in cui non sia risultata possibile una tempestiva elaborazione) deve contenere la prospettazione delle prescrizioni comportamentali e la indicazione degli altri impegni specifici che l'istante intende proporre anche in quanto orientati ad elidere o attenuare le conseguenze del reato. Con riferimento a queste ultime, va considerato anzitutto l'impegno a risarcire il danno patrimoniale cagionato e, se possibili ed ancora praticabili, anche le condotte riparatorie e le restituzioni del maltolto.

Quanto ai parametri su cui è necessario incentrare la valutazione giudiziale circa l'idoneità del programma presentato dall'imputato, la Corte evidenzia anzitutto quello della “adeguatezza” nei poliedrici aspetti. Articolandosi l'esame non soltanto in termini di prognosi positiva in funzione dell'imprescindibile reinserimento sociale, ma anche tenendo conto del fatto che gli impegni c.d. “riparatori” in esso contenuti risultino la espressione dello sforzo “massimo” pretendibile dall'imputato alla luce delle sue condizioni economiche.

Pertanto, per “decidere sulla concessione” del rito, il giudice del merito, non deve limitarsi a valutare, tra le altre condizioni proposte, quanto offre l'imputato richiedente in termini risarcitori, ma deve pure comparare siffatta offerta con l'entità del pregiudizio patrimoniale arrecato alla vittima del reato. E per farlo compiutamente secondo quanto gli impone l'art. 464 – bis, comma 5, c.p.p., il giudice deve avvalersi dei poteri di indagine che la legge gli indica per “acquisire, tramite la polizia giudiziaria, i servizi sociali o altri enti pubblici” ogni utile elemento anche in relazione alle effettive capacità economico-patrimoniali dell'imputato stesso. Specie in casi, come in quello in esame, in cui emerga una evidente incongruità dell'offerta risarcitoria rispetto al danno cagionato. Offerta alla cui convenienza potrà pervenirsi soltanto se all'esito degli accertamenti disposti risulti rappresentare il massimo sforzo” esigibile dall'imputato.

Osservazioni

Per le Sezioni unite penali l'istituto della messa alla prova per gli imputati adulti di recente conio (l. 67 del 2014) ha natura duplice: sostanziale e processuale.

 

Da < un lato nuovo rito speciale in cui l'imputato che rinuncia al processo ordinario trova il vantaggio di un trattamento sanzionatorio non detentivo; dall'altro, istituto che persegue scopi socialpreventivi in una fase anticipata, in cui viene “infranta” la sequenza cognizione-esecuzione della pena, in funzione della risocializzazione del soggetto> (SU penali 2016 n. 36272).

 

Per il Giudice delle leggi, che pur ha condiviso siffatta interpretazione, l'istituto per gli adulti, va considerato alla stregua di “un vero e proprio trattamento sanzionatorio, ancorché anticipato rispetto all'ordinario accertamento della responsabilità dell'imputato e rimesso comunque - a differenza della pena – alla spontanea osservanza delle prescrizioni da parte del soggetto. (sentenza Corte cost., n. 91/2018).

Rito, quindi, funzionalmente caratterizzato da un'idoneità ad assicurare significativi benefici in termini sanzionatori all'imputato che ne fa richiesta “in cambio – tra l'altro di una sua rinuncia a esercitare nella loro piena estensione i propri diritti di difesa in un processo ordinario” (sentenza Corte cost., n. 91/ 2018, cit.)

Sostanzialmente diversa è la ratio della messa alla prova per gli imputati minorenni. Risulta caratterizzata non già in chiave sanzionatoria, meno che mai condizionata ad una preventiva ammissione del fatto oggetto dell'imputazione da parte del minore richiedente, piuttosto è orientata (secondo quanto dispone l'art. 29 del d.P.R. n. 449 del 1988) a favorire un suo percorso rieducativo “finalizzato all'obiettivo ultimo di una «evoluzione della sua personalità» nel senso del rispetto dei valori fondamentali della convivenza civile, al cui riscontro è subordinata la stessa valutazione di esito positivo della prova” (Corte cost. sentenza n. 68/2019).

Perciò, all'imputato minorenne per il caso in cui la prova fallisca o sia revocata, il giudice specializzato non dovrà riconoscere - in caso di condanna - alcuna detrazione dalla pena da infliggere, del periodo corrispondente a quello della prova eseguita, a differenza di quanto previsto per i maggiorenni dall'art. 657-bis c.p.p.

Per tornare alla preminente connotazione sanzionatoria dell'istituto praticabile quale opzione dagli imputati adulti, e quindi alla decisione in commento, occorre tuttavia non perdere di vista la pregiudiziale considerazione secondo cui, la valutazione giudiziale della messa alla prova, risulta ancorata alla tipologia del trattamento proposto attraverso il “programma elaborato d'intesa con l'ufficio di esecuzione penale esterno”.

Tuttavia quest'ultimo, in quanto espressione del contenuto del consenso dell'imputato, deve essere strutturato tenendo conto delle imprescindibili prescrizioni e dei particolari obblighi dettati dall'art. 464-bis, comma 4 lett. a),b) e c), c.p.p.

Tra gli impegni che l'istante dichiara di volere assumere chiedendo di essere ammesso al rito alternativo in parola, vi sono quelli piuttosto peculiari previsti al fine di elidere o di attenuare le conseguenze del reato quali il risarcimento del danno, la condotta riparatoria e le restituzioni (lettera b), norma cit.).

Secondo il decisum della corte di legittimità, il giudice che si accinge a valutare il programma proposto deve aver particolare riguardo alla verifica della “adeguatezza” di tale iniziativa specie per quanto in essa prospettato sul versante risarcitorio – riparatorio, in modo che quanto versato o offerto risulti apprezzabile, in termini di risultato, alla stregua di sforzomassimo” esigibile dal proponente e perciò idoneo ad incidere positivamente verso la rimozione/riduzione delle conseguenze negative del reato, ma, al contempo, utilmente rilevante per un adeguato risarcimento del danno cagionato dallo stesso.

Non potrà dunque ravvisarsi – sempre secondo la corte - la prospettata adeguatezza laddove al decidente non risulti già dagli atti, ovvero in esito ad apposita indagine integrativa, che il risarcimento del danno prospettato dall'imputato sia al contempo espressione corrispondente alle sue effettive capacità patrimoniali e si riveli altresì idoneo a parametrarsi alla lesione patrimoniale provocata dal reato.

Tuttavia l'argomentazione non appare convincente, potendosi, in primo luogo, ragionevolmente dubitare che la esigibilità di un programma di trattamento in termini di auspicabile massima riparazione patrimoniale oggettivamente praticabile del danno, possa davvero collimare con il principio di proporzionalità di una sanzione naturalmente volontaria che autorevolmente viene ritenuta caratteristica essenziale del rito alternativo in esame e, per altro verso, che seguendo l'indirizzo espresso con la decisione in esame, si finirebbe per assorbire, in modalità del tutto impropria, la funzione e lo scopo unico dell'azione civile risarcitoria. Tanto più che, come opportunamente rilevato dal tribunale di prima istanza, il diritto dell'offeso ad esercitarla in sede propria, non può ritenersi scalfito dalla sentenza di estinzione del reato per esito positivo della prova (art. 464-septies c.p.p.), in quanto priva di efficacia vincolante nell'ambito civile quanto al futuro esercizio dell'azione risarcitoria.

Il programma per la messa alla prova proposto dall'imputato maggiorenne è, come s'è visto, espressione del suo impegno a sottoporsi volontariamente ad una sanzione che perciò stesso non può configurarsi alla stregua di una pena vera e propria. Sanzione, quindi, che non può essere eseguita coattivamente, in quanto collegata allo spontaneo adempimento delle prescrizioni convenute e non incardinate su di un titolo esecutivo, ma unicamente sul consenso del proponente a sottomettersi.

Perciò la afflittività di una sanzione così congegnata, lungi dal dover corrispondere ad un parametro di adeguatezza della componente risarcitoria nel senso costruito dalla decisione in commento, occorre che sia piuttosto circoscritta in un ambito disegnato, tenendo in debito conto la espressione “ove possibile” opportunamente prescritta dall'art. 168-bis, comma 2, c.p.

Alla luce della centralità che siffatto dato normativo riveste nel quadro degli effetti che la messa alla prova per gli adulti deve perseguire, non può non constatarsi come emerga la marginalità dell'aspetto risarcitorio, dal momento che l'obiettivo che l'istituto persegue deve piuttosto obbedire al più generale principio di proporzionalità, nel senso di assicurare che la proposta di trattamento risulti nel complesso congrua rispetto ai parametri valutativi.

Congruità che occorre sia verificata soprattutto quanto agli aspetti soggettivi, dettati dall'art. 133 c.p., ma senza mai perdere di vista che si tratta pur sempre di uno strumento sanzionatorio alternativo, fondato sulla sottoposizione volontaria dell'imputato.

E tanto parrebbe pure esigerlo il collaterale principio di individualizzazione della pena che, secondo il costante insegnamento del Giudice delle leggi, deve obbedire alla necessaria finalizzazione rieducativa della sanzione, ancor più se volontariamente proposta ed eseguita.

Guida all'approfondimento

Corte costituzionale,sentenza 29 maggio 2019, n. 131; sentenza 29 marzo 2019, n. 68; sentenza 27 aprile 2018, n. 91; sentenza 26 novembre 2015, n. 240; sentenza 14 aprile 1980, n. 50;

Corte di cassazione, Sezioni unite penali, sentenza 31 marzo 2016, n. 36272; Sezione II penale sentenza 7 ottobre 2019, n. 41083; Sezione V penale, sentenza 4 giugno 2015, n. 24011; Sezione I penale, sentenza 31 luglio 2013, n. 33287; Sezione I penale        sentenza 7 maggio 2008, n. 18388; Sezione II penale, sentenza 7 ottobre 2019, n. 41083; 

 

C. CESARI, La sospensione del processo con messa alla prova: sulla falsariga dell'esperienza minorile, nasce il probation processuale per gli imputati adulti, in Leg. pen., 2014, p. 38755;

C. CESARI, Sospensione del processo con messa alla prova, in Enc. dir., IX, Milano, 2016 p. 1005 ss.;

C. CONTI, Sospensione del processo con messa alla prova dell'imputato maggiorenne, in Dig. pen., Agg., IX, Torino, 2016, p. 691 ss.;

P. FERRUA, Una messa alla prova sul filo del rasoio costituzionale, in AA.VV.,

P. FERRUA, Strategie di deflazione penale e rimodulazione del giudizio in absentia, a cura di M. Daniele – P. P. Paulesu, 2015, p.181 ss.;

V. BOVE, La messa alla prova,Pisa, 2018, p. 42 ss.;

V. BOVE, La corte costituzionale salva la messa alla prova con un'ingegnosa quadratura del cerchio, in Dir. pen. proc., 2018, p. 1574 ss. ;

V. MAFFEO, I profili processuali della sospensione con messa alla prova, Napoli, 2017;

V. MAFFEO, Novità sistematiche in tema di messa alla prova. Per una riconsiderazione, costituzionalmente compatibile, del rapporto tra pena e processo; in C.P. 2018, p. 3186 ss.;           

G. LEO, Politiche sanzionatorie e sindacato di proporzionalità, in Dir. pen. cont., 22 dicembre 2017.

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