Giurisprudenza commentata

Contenuto e limiti del diritto all'autodifesa della persona offesa da reato

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni |

Massima

La persona offesa può esercitare tutti i diritti e le facoltà che le sono espressamente riconosciuti dalla legge. Può presentare memorie e indicare elementi di prova in ogni stato e grado del procedimento ad eccezione del giudizio di legittimità. Tutto ciò lo può fare direttamente, ovvero tramite il difensore di fiducia secondo quanto disposto dall'art. 101 c.p.p.

Tale scelta, però, non comporta che la persona offesa possa esercitare autonomamente i peculiari poteri che il codice di rito riserva al difensore (un esempio tipico è proprio nella fattispecie disciplinata dall'art. 401, comma 5, c.p.p). Pertanto, quando decide di non nominare un difensore, non essendo a ciò autorizzata da alcuna disposizione, la persona offesa rinuncia all'esercizio dei poteri che solo al primo spetterebbero.

Il caso

La pronuncia scaturisce da un procedimento penale archiviato dal giudice per le indagini preliminari presso il tribunale di Catania a seguito di opposizione della persona offesa e della conseguente udienza camerale.

L’offeso lamenta di essere stato vittima, nell’ambito di un procedimento per mobbing, di condotte poste in essere ai suoi danni dai medici nominati periti dai giudici amministrativi e dal primo presidente che aveva archiviato la richiesta di procedere in sede disciplinare nei confronti dei medici.

A fronte però della querela della persona offesa e di una iscrizione a carico degli indagati per i reati di omissione e abuso di ufficio (art. 323 c.p.), il giudice per le indagini preliminari ha escluso (oltre ai reati in parola) anche la configurabilità delle fattispecie di rifiuto di uffici legalmente dovuti (art. 366 c.p.) e falsa perizia o interpretazione (art. 373 c.p.) disponendo l'archiviazione del procedimento.

Il ricorso in Cassazione proposto nell'interesse della persona offesa è articolato in tre motivi e due memorie. Benché sotto molteplici e variegati profili, in tutti viene dedotta la violazione di legge processuale, la nullità del procedimento camerale e della successiva ordinanza.

In due dei motivi – ribaditi anche con due memorie depositate in sede di legittimità- si sostiene la violazione del diritto di difesa e del contraddittorio in relazione: da un lato ad un ritenuto diritto all'autodifesa esclusiva della persona offesa; dall'altro alla possibilità di confutare le memorie difensive presentate all'udienza ex art 127, c.p.p. dai difensori della persone sottoposte ad indagini.

Con l’ultimo motivo si deduce sempre la violazione di legge processuale per omessa motivazione sulle ulteriori indagini richieste in sede di opposizione alla richiesta di archiviazione.

La persona offesa deduce altresì l'impossibilità di procedere ad una declaratoria di inammissibilità da parte della sezione ordinaria assegnataria del procedimento dopo la valutazione della sezione stralcio, invocando, in caso contrario, una assegnazione alle Sezioni unite.

La questione

La motivazione affronta, tra le altre cose, due temi di particolare interesse su cui è il caso di soffermarsi.

In primo luogo vengono analizzati i rapporti intercorrenti tra la valutazione di ammissibilità della settima Sezione penale (c.d. sezione stralcio) e la possibilità che, una volta superato il relativo vaglio, anche le sezioni ordinarie possano dichiarare inammissibile il ricorso.

In secondo luogo, sulla base delle molteplici sollecitazioni del ricorrente, viene sviscerato il tema della eventuale presenza, nel nostro sistema processuale penale, di un diritto all’autodifesa esclusiva della persona offesa, diritto che non sarebbe invece riconosciuto all’indagato/imputato.

Proprio questo ultimo profilo merita particolare attenzione non solo per le soluzioni adottate che, è d'uopo segnalarlo sin da subito, si collocano nel solco dei costanti orientamenti di legittimità; quanto piuttosto perché la linea argomentativa seguita dai supremi giudici valorizza la posizione dell'indagato/imputato  rispetto alla persona offesa – ed alla parte civile – la cui presenza nel procedimento è in ogni caso eventuale.

 

In motivazione. Il procedimento penale è attività dello Stato nei confronti del cittadino sottoposto ad indagini e del cittadino nei confronti del quale viene esercitata l'azione penale. Questi è il soggetto principale, il protagonista, del procedimento/processo, la cui posizione è quella destinataria di tutte le garanzie giudicate dal legislatore idonee ad assicurare un rapporto se non effettivamente paritario almeno equilibrato con lo Stato e la sua pretesa punitiva; il cittadino persona offesa privata e quello persona danneggiata che si costituisce parte civile (quindi esercita l'azione civile nella sede penale in luogo di quella propria davanti al giudice civile) sono soggetti accessori/eventuali (secondo il titolo di reato), cui l'ordinamento riconosce diritti e facoltà nella fase procedimentale (per la prima) e in quella processuale (per entrambe), utili ad una funzione di stimolo e controllo (per la prima) e all'esercizio contestuale della pretesa risarcitoria/restitutoria (per la seconda), ma la cui posizione non è mai tale da poter prevaricare o comprimere o anche solo superare quanto è riconosciuto nell'ambito del diritto di difesa del sottoposto alle indagini o dell'imputato.

[...] La persona offesa esercita (tutti ma soli) i diritti e le facoltà espressamente riconosciuti dalla legge e può presentare memorie e (con esclusione del diritto di legittimità) indicare elementi di prova in ogni stato e grado del procedimento. Ciò può fare personalmente o nominando un difensore (art. 101). Ma tale scelta non comporta affatto che la persona offesa possa esercitare autonomamente i peculiari poteri che comunque il codice di rito riserva al difensore (un esempio tipico è proprio nella fattispecie disciplinata dall'art. 401, comma 5): quando decide di non nominare un difensore, la persona offesa rinuncia all'esercizio dei poteri che solo a quello spetterebbero; non è invece affatto autorizzato da alcuna norma, in particolare gli artt. 90 e 101 c.p.p., ad esercitare autonomamente quei poteri.

Le soluzioni giuridiche

Al fine di valutare i rapporti tra la settima Sezione e le Sezioni ordinarie sotto il profilo del vaglio di inammissibilità dei ricorsi, la Corte ripercorre le proprie regole di funzionamento interno.

Si chiedono in particolare i giudici se una pronuncia della settima Sezione, in termini di ammissibilità del ricorso, impedisca una successiva pronuncia di inammissibilità da parte della Sezione tabellarmente competente, se cioè si crei per quest'ultima un vincolo di giudicato o una preclusione interna tale da imporre esclusivamente una valutazione nei termini del rigetto o dell'accoglimento del ricorso.

La Corte, al quesito in parola, dà una risposta negativa e lo fa precisando innanzitutto la regola di giudizio che sovraintende al procedimento eventuale innanzi alla Sezione stralcio (appunto la settima Sezione penale) e che si pone nei termini di una inammissibilità evidente e comunque tale da consentire di essere risolta in una udienza camerale non partecipata ai sensi degli artt. 610 s. c.p.p.

L'esito positivo della prima verifica, nel senso di un ricorso che non risulti ictu oculi inammissibile comporta la restituzione degli atti al Presidente per la successiva assegnazione alla sezione competente.

Innanzi a questa Sezione, si svolge il vero e proprio giudizio di legittimità che segue una regola di giudizio assai diversa, che si sostanzia in un' analisi più dettagliata e puntuale dei motivi di ricorso ed in una pronuncia che potrà essere di: inammissibilità; rigetto, annullamento con rinvio; annullamento senza rinvio.

È proprio sulla base di questa considerazione premessa che la Corte ammette l'evenienza che solo a seguito di una più approfondita trattazione del ricorso possano emergere cause di inammissibilità anche originaria del ricorso – ai sensi degli artt. 591 e 606, comma 3, c.p.p. – che saranno dichiarate questa volta ai  sensi dell’art. 615, comma 2, c.p.p.

In ogni caso i giudici escludono che il conflitto potenziale tra le settima Sezione ed una Sezione ordinaria rientri tra quelli idonei a consentire la rimessione del ricorso alle Sezioni unite.

Il tema dell'autodifesa esclusiva della persona è quello che, nella sentenza in commento, più ha impegnato il collegio.

Il punto di partenza della ricostruzione è la considerazione del rapporto tra i poteri e le facoltà riconosciute alla persona offesa ed alla parte civile rispetto a quelli riconosciuti all'indagato/imputato.

Ritiene il Collegio di ribadire come il procedimento penale sia essenzialmente la strumento attraverso cui lo Stato eserciti la propria pretesa punitiva nei confronti del soggetto ritenuto responsabile di un reato. Se ciò è vero, è evidente che proprio la posizione del destinatario dell'accertamento deve essere maggiormente garantita.

Al contrario, si prosegue, la persona offesa ed il danneggiato dal reato costituitosi parte civile (che sovente ma non sempre coincidono), sono soggetti eventuali cui l'ordinamento, naturalmente, riconosce specifiche facoltà, che però non potranno mai porre costoro in posizione sovraordinata rispetto a quella dell'indagato/imputato.

D'altronde, si ribadisce in sentenza come pur a fronte dei poteri riconosciuti all'offeso, ma anche all'indagato/imputato, gli stessi non possano essere esercitati senza limiti, spettando in ogni caso al giudice il potere di disciplinare e dirigere l'udienza, anche, se necessario,  togliendo la parola (art. 494, comma 1, c.p.p.) o disponendo l'allontanamento del soggetto che persista in comportamenti che ne ostacolino il regolare svolgimento (art. 475, c.p.p.). Tali norme, dettate per l'udienza dibattimentale ben possono essere applicate in qualsiasi momento del procedimento.

Posta la tematica oggetto del ricorso all'interno di questa cornice sistematica, è possibile valutare l’eventualità e la legittimità di una autodifesa esclusiva della persona offesa. Il quesito riceve risposta negativa della Corte che, al contrario, ritiene di confermare il proprio costante orientamento che privilegia la difesa tecnica ed attribuisce all'autodifesa la possibilità di affiancarsi alla prima, interloquendo anche su questioni di carattere tecnico/giuridico ma mai in modo esclusivo

La sentenza analizza compiutamente l'art. 90 c.p.p che è la norma che disciplina i diritti e le facoltà della persona offesa. Questa, in particolare, può: presentare memorie in ogni stato e grado del procedimento, indicare elementi di prova (non nel giudizio di legittimità) ed esercitare tutti gli altri diritti e facoltà riconosciuti dal codice. Tali attività possono essere esercitate personalmente ovvero con la nomina di un difensore (art. 101 c.p.p.).

Se è vero che la norma pone questa ipotesi come una facoltà della persona offesa e non un obbligo, ad avviso del Collegio la norma va interpretata nel senso che laddove tale nomina non venga effettuata, la persona offesa rinuncia all'esercizio di quei poteri e di quelle prerogative che sono proprie del difensore (l'esempio fornito in motivazione è l'art. 401, commi 3 e 5, c.p.p).

La Corte procede poi a valutare la presunta violazione del rito camerale scaturita a seguito di opposizione alla richiesta di archiviazione. Sul punto i giudici analizzano i poteri della persona offesa in quello specifico segmento procedimentale, precisando come gli stessi si sostanziano: nel diritto di essere sentito e nel diritto di presentare memorie e di indicare elementi di prova.

Viceversa, confermando le conclusioni cui è giunto il giudice per le indagini preliminari, viene  esplicitamente negata alla persona offesa – ed anche al suo eventuale difensore – la possibilità di replica ai difensori degli indagati ed agli indagati stessi, sulla base dell'assunto che nel rito camerale in oggetto sono costoro ad interloquire per ultimi e non residuerebbe alcun diritto di replica che è incompatibile con la struttura dell'udienza.

Osservazioni

La ricostruzione della suprema Corte in merito al rapporto tra Sezione stralcio e Sezione ordinaria, si pone in linea con il dettato normativo che prevede una prima eventuale valutazione di ammissibilità, secondo le regole di cui agli artt. 610 s. c.p.p. che, in caso positivo, non salva il ricorso da una possibile pronuncia di inammissibilità nel successivo giudizio ai sensi dell'art. 615 c.p.p.

Non è questa la sede per esprimere valutazioni in ordine alla razionalità – o meno – del sistema, ciò che però deve essere necessariamente sottolineato, è che proprio il dettato normativo non si presta ad interpretazioni differenti da quelle fatte proprie dal Collegio.

Laddove, infatti, si volesse attribuire efficacia alla pronuncia della settima Sezione anche nel successivo giudizio, non si potrebbe prescindere da una precisa opzione legislativa in questo senso.

Più articolato è invece il percorso motivazionale che affronta il nodo centrale del ricorso, ossia l'eventualità di una autodifesa esclusiva della persona offesa.

Prima di entrare nel merito della questione, in un momento storico quale quello attuale in cui anche mediaticamente è crescente lo spazio che viene assegnato alle persone offese, non può non salutarsi con favore l’approccio della suprema Corte che conferma esplicitamente la centralità del soggetto nei cui confronti si procede, quale destinatario delle maggiori garanzie.

È d'uopo rammentare come il tema dell'autodifesa esclusiva nel processo penale sia stato argomento di forte contrapposizione ideologica, in special modo con riguardo alla posizione della persona nei cui confronti è svolto l’accertamento.

La Corte costituzionale, sin da alcune pronunce degli anni Cinquanta, ha puntualizzato i risvolti pubblicistici della difesa tecnica posta anche a garanzia della legalità del processo e più in generale della giurisdizione. È proprio per questa sua connotazione che, negli anni di forte contrapposizione sociale – ed in particolare nei processi che ne sono scaturiti – si è cercato di porre in discussione tale principio sull'assunto che il diritto inviolabile di difesa (art. 24 Cost.) non potrebbe non contemplare la possibilità di scegliere come difendersi e dunque, eventualmente, anche il diritto difendersi da sé e di ricusare il difensore nominato dal giudice.

La questione fu allora risolta (Corte cost. n. 125 del 1979 e Corte cost. n. 188 del 1980) nel senso della irrinunciabilità della difesa tecnica in quanto baluardo posto a tutela della regolarità del processo e di un compiuto esercizio del diritto costituzionale di difesa.

Il tema oggi all’attenzione della Cassazione si pone, ovviamente, in termini parzialmente diversi.

Sul piano normativo l'art. 97 c.p.p., laddove, prevede per il solo imputato che ne sia privo la necessità di procedere alla nomina di un difensore di ufficio, potrebbe apparire prima facie come un argomento contrario alle conclusioni cui è giunta la suprema Corte in relazione alla persona offesa.

Si potrebbe infatti opinare che, ponendosi l'art. 101 c.p.p. in termini di mera possibilità per la persona offesa di nominare un proprio difensore, la stessa potrebbe anche difendersi da sola ed esercitare in proprio tutte le facoltà che le sono riconosciute.

Una tale conclusione, però, non appare soddisfacente. La suprema Corte ha avuto modo di occuparsi più volte del tema, con specifico riferimento alla possibilità che la persona offesa proceda a proporre in prima persona ricorso in Cassazione avverso l'archiviazione di un procedimento penale.

In tutti i precedenti la Corte ha sempre escluso tale possibilità.

Alla base del diniego, si è inizialmente posto l'argomento secondo cui per l'instaurazione del giudizio di legittimità trova applicazione la regola dettata dall'art. 613 c.p.p. alla cui stregua, fatta eccezione per le parti processuali in senso tecnico, l'atto di ricorso deve essere sottoscritto, a pena di inammissibilità, da difensori iscritti nell'apposito albo. Orbene, non potendosi certo includere la persona offesa tra le parti in senso tecnico se ne deduceva impossibilità per la stessa di procedere in prima persona all’impugnazione.

Ad identica soluzione ma al termine di un percorso parzialmente diverso – e maggiormente condivisibile – si è giunti precisando che la persona offesa dal reato non può sottoscrivere personalmente il ricorso perché tale diritto non spetta nemmeno alle altre parti processuali, essendo attribuito dall'art. 571 c.p.p.  esclusivamente all'imputato.

Un tale facoltà è negata alla persona offesa anche se sia essa stessa avvocato abilitato al patrocinio innanzi alle giurisdizioni superiori.

Alla luce delle considerazioni che precedono appare condivisibile la conclusione cui è giunta la Suprema Corte dal momento che, opportunamente, distingue i diritti e le facoltà che la persona offesa potrà sempre  esercitare in proprio (ovvero col ministero di un difensore nominato ai sensi dell’art. 101, c.p.p.), dalle prerogative esclusive del professionista che, viceversa, non potranno mai essere appannaggio della prima, anche se avvocato iscritto abilitato.

Alla persona offesa, a titolo di esempio, sarà sempre preclusa la possibilità di presentare personalmente ricorso in Cassazione avverso un provvedimento di archiviazione; svolgere investigazioni difensive o ancora chiedere al giudice di rivolgere domande alle persone sottoposte ad esame nel corso dell'incidente probatorio.

L’offeso dal reato, in conclusione, è libero di non nominare un difensore ma se deciderà in tal guisa automaticamente rinuncerà alla possibilità di utilizzare quegli strumenti che il legislatore mette a disposizione del solo professionista.

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