Focus

La rilevanza penale della falsa dichiarazione di un reddito comunque inferiore alla soglia di ammissione al P.S.S.

Sommario

Abstract | La giurisprudenza di legittimità | La soluzione delle Sezioni unite | Considerazioni critiche | In conclusione |

Abstract

La questione che si affronta è se il reato p. e p. dall'art. 95 del d.P.R. 115 del 2002 (già art. 5, comma 7, della l. 217/1990 modificato dalla l. 134 del 2001), sia integrato da falsità od omissioni nelle dichiarazioni o comunicazioni per l'attestazione di reddito necessarie per l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato o il mantenimento del beneficio, anche se il reddito accertato non dovesse superare la soglia minima prevista dalla legge.

La giurisprudenza di legittimità

Sul tema la Cassazione si è divisa tra un orientamento più formalistico, teso a ritenere sussistente il reato in caso di dichiarazioni non veritiere, indipendentemente da fatto che il reddito effettivo possa o meno dare accesso al beneficio (Cass. pen., Sez. I, n. 14403/2001; Cass.pen., Sez. III, n. 28340/2006; Cass.pen.,Sez. V, n. 13828/2007; Cass.pen., Sez. V, n. 13309/2008), e un altro, più sostanzialistico, affermante l'irrilevanza penale del falso, a fronte di un reddito comunque compatibile con l'ammissione al P.S.S. (Cass.pen., Sez. V, n. 16338/2006; Cass.pen., Sez. V, n. 15139/2007; Cass.pen., Sez. IV, n. 41306/2007; Cass.pen., Sez.V, n. 4467/2008; Cass. pen., Sez. V, n. 5532/2008; Cass.pen., Sez. V, n. 12019/2008).

Il primo orientamento, corrente già in vigenza della precedente normativa, fa aggio sia sulla natura di dolo generico dell'elemento psicologico, sia sull'esclusione di qualsiasi discrezionalità valutativa del richiedente sulla rilevanza del reddito, totalmente rimessa al giudice.

Inoltre, viene esclusa qualsiasi possibilità di considerare il falso come inutile o innocuo, sia perché l'oggetto giuridico è rappresentato dalla fede pubblica, sia perché «[…] l'innocuità del falso in atto pubblico non va ritenuta con riferimento all'uso che si intende fare del documento – che non è necessario ad integrare la condotta incriminata, e può altrimenti integrare estremi di reato diverso – ma solo se si esclude l'idoneità dell'atto falso ad ingannare comunque la fede pubblica (Cass. pen., Sez. V, 30 settembre 1997, n. 11681).» (Cass.pen., Sez. III, n. 28340/2006; Cass.pen., Sez. V, n. 13828/2007).

Inoltre, la legge prevede, da un lato, un aggravamento di pena quando la falsità sia risultata determinante ai fini dell'ammissione, dall'altro, che: «[…] le dichiarazioni sostitutive delle certificazioni attestanti le condizioni di reddito vanno fatte ai sensi della legge sulle autocertificazioni (art. 45, d.P.R. 115/2002) che da rilevanza penale alle dichiarazioni non veritiere in genere.

Da qui l'obbligo dell'interessato di esibire dichiarazioni genericamente veritiere anche per consentire l'accertamento secondo quanto previsto dagli artt. 96 e 98 citati.» (Cass.pen., Sez. V, n. 13309/2008).

Il secondo orientamento, intanto, spazza via ogni equivoco asserendo che la corretta contestazione è quella dell'art. 95 del d.P.R. 115/2002, che non si trova in concorso formale con l'art. 483 c.p., in forza del principio di specialità ex art. 15 c.p., non essendo il primo la mera clonazione del secondo, giacché ha struttura e finalità diverse, sia circa la condotta sia circa l'elemento psicologico, infatti «Ratio della norma è – riconoscibilmente – quella di impedire, (anche) mediante minaccia di sanzione penale, che siano ammessi al c.d. gratuito patrocinio soggetti che non ne abbiano diritto per mancanza dei presupposti di legge. Il reato è costruito come fattispecie di pura condotta, eventualmente aggravata dall'evento, ma la condotta non si sostanzia nella esternazione di una qualsiasi falsa dichiarazione (o nella mera omissione), atteso che il rinvio che l'art. 95 d.P.R. 115/2002 fa al comma 1 lettere b), c), d) dell'art. 79 d.P.R. 115/2002  incorpora nella fattispecie di reato (solo) i seguenti comportamenti:

  • dichiarazione di false generalità;
  • falsa attestazione delle condizioni di reddito previste per l'ammissione dall'art. 76;
  • violazione dell'impegno a comunicare eventuali variazioni rilevanti di tali condizioni, se verificatesi nell'anno precedente.

Dunque è di tutta evidenza, per quanto riportato sub 2) e 3), che non qualsiasi infedele attestazione rileva ma solo quelle che abbiano quale conseguenza l'inganno potenziale (art. 95 d.P.R. 115/2002, prima parte) o effettivo (art. 95 d.P.R. 115/2002, seconda parte) del destinatario della dichiarazione, vale dire quelle dichiarazioni con le quali l'interessato affermi, contrariamente al vero, di avere un reddito inferiore a quello fissato dal legislatore quale soglia di ammissibilità (art. 76d.P.R. 115/2002), ovvero quelle dichiarazioni che neghino o nascondano mutamenti significativi (scil., sempre ai fini della valutazione di eventuale superamento della predetta soglia) intervenuti nel reddito dell'anno precedente a quello della richiesta.» (Cass.pen., Sez. V, n. 16338/2006).

Consegue da ciò che, ove il limite di reddito sia comunque compatibile con l'ammissione al P.S.S. o al mantenimento del beneficio, il reato non sussista o si tratti di un caso di falso inutile o innocuo (Cass. pen., Sez. V, n. 5532/08).

La soluzione delle Sezioni unite

A dirimere il contrasto hanno, poi, pensato le Sez. unite, optando per il primo orientamento.

Nella Cass. pen., Sez. unite, n. 6591/2009, infatti, la Corte, innanzi tutto, aderisce all'idea che: «Nella specie l'art. 95 prevede elemento psicologico del reato il dolo generico e l'ottenimento o il manteniment" del beneficio solo circostanza aggravante. Di più, in caso di condanna per il delitto aggravato, dispone revoca ex tunc del beneficio già concesso. La revoca del beneficio è parallelamente prevista dall'art. 112 per l'omissione di comunicazioni in termini di eventuali variazioni dei limiti di reddito, per quanto non tali da implicare il superamento delle condizioni per il mantenimento.»; inoltre ricorda: «[…] le prescrizioni dell'art. 96 d.P.R. cit., circa i fondati motivi per cui il magistrato respinge l'istanza di ammissione al beneficio, e dell'art. 98, secondo il quale dispone la verifica di esattezza dell'ammontare del reddito attestato, dopo l'ammissione al beneficio».

Precisa, altresì, che: «[…] dal 2001, la legge inversamente accentua l'onere di attestazione dell'istante a fine di prova delle sue condizioni di reddito, qualificando sostitutiva la dichiarazione incorporata nell'istanza, con il richiamo al d.P.R.445 del 2000, art. 46, comma 1, lett. c), nel d.P.R. 115 del 2002, art. 79, comma 1, lett. c), cui rinvia l'art. 95»; cosicché: «All'uopo l'art. 79, comma 1, lett. c prevede che la dichiarazione attesti la sussistenza delle condizioni di reddito previste per l'ammissione con specifica determinazione del reddito complessivo valutabile a tali fini, determinato secondo le modalità dell'art. 76. E l'art. 76 fa rinvio alla dichiarazione dei redditi Irpef. I singoli dati reddituali sono dunque oggetto indiscriminato di attestazione, secondo il modello tipico recepito»; ciò in quanto: «[…] posto che la dichiarazione sostitutiva è incriminabile per la falsità (commissiva od omissiva, v. oltre) dei dati che servono alla determinazione, s'intende il vincolo di incriminazione al principio di S.U. P.G. in proc. Proietti ed a., n. 1827/95 - rv. 200117, per cui la falsità si configura nella "parte descrittiva" dell'atto, salvo espressa eccettuazione dei fatti da attestare»; sicché: «La singolarità della dichiarazione sostitutiva nel caso è inoltre dimostrata dal rilievo che la legge che autorizza il privato attestazione tipica a pena di falso (S.U. Lucarotti, n. 6/99 e Gabrielli 28/00), di solito prevede che la riversi in atto pubblico a pubblico ufficiale, che si limiti ad attestare nell'atto di averla ricevuta. E, in ragione del fine dell'atto, la stessa legge pone al privato onere di allegarlo ad istanza diretta a diverso organo, che adotta provvedimento sulla premessa del fatto attestato.

Il D.P.R. 115 del 2002 unifica la doppia azione, perché l'interessato al beneficio rende la dichiarazione con valenza attestativa nell'istanza rivolta al magistrato che la contiene a pena di inammissibilità (art. 96).»; di talché: «In questa luce la norma penale sottolinea la necessità della compiuta ed affidabile informazione del destinatario che, a fronte della complessità del tenore dell'istanza cui è speculare la valutazione da svolgere, ha urgenza di decidere.

La necessità di dettaglio del tenore dichiarativo dell'istanza è significato in maniera risolutiva dal d.P.R. 115 del 2002, art. 96, comma 2, che prescrive: il magistrato... respinge l'istanza se vi sono fondati motivi di ritenere che l'interessato non versa nelle condizioni degli artt. 76 e 92, tenuto conto del tenore di vita, delle condizioni personali e familiari, e delle attività economiche eventualmente svolte».

Secondo la Corte, poi, anche la struttura e la ratio del reato confermano la punibilità delle false dichiarazioni, indipendentemente dalla soglia effettiva di reddito, giacché: «L'incriminazione del reato di pura condotta, commissivo od omissivo che sia, ha funzione di sbarramento dell'evento di danno ulteriore.»; pertanto: «[…] si correla da un lato al generale "principio antielusivo" che, affermato da questa Corte (v. da ultimo, Cass. civ. n. 10257/2008 e n. 25374/2008), s'incardina sulla capacità contributiva ai sensi dell'art. 53 Cost., e perciò dell'art. 3. E si correla, dall'altro, all'art. 24, comma 3 ulteriore corollario dell'art. 3 del patto fondamentale, in osservanza del quale l'art. 98 c.p.p. prevede la disciplina del patrocinio dei non abbienti a spese dello Stato.

Dal che è evidente che la punibilità del reato di pura condotta si rapporta, ben oltre il pericolo di profitto ingiusto, al dovere di lealtà del singolo verso le istituzioni.».

Tuttavia, l'affermazione essenziale è che: «In genere l'innocuità del falso in un atto pubblico non va per sé ritenuta con riferimento all'uso che s'intende fare del documento, che non è necessario ad integrare la condotta incriminata, e può altrimenti integrare estremi di reato diverso (come rileva la sentenza Contino, rifacendosi a Cass.pen. Sez. V, n. 11681/1997).

In ispecie la lettera dell'art. 95 non condiziona la rilevanza dell'offesa della pubblica fede al fine patrimoniale dell'atto falso (cfr. Cass.pen., Sez. unite, n. 25887/2003). Non opera, difatti, specifica addizione di qualifica all'evento di pericolo, o all'intenzione di risultato dell'agente (dolo specifico), sicché la falsità non può ritenersi innocua secondo parametro dell'evento, men che inutile secondo parametro del dolo.

È questa la ragione di previsione dell'evento di danno come mera aggravante.

Né la condizione di punibilità può desumersi dal richiamo dell'art. 95 all'art. 79, comma 1, lett. c), la cui disposizione, si è visto, si combina con altre norme per rinvio espresso (artt. 76 e 92) o per rinvio implicito (v. anzitutto la distinzione di ammissibilità dell'istanza, che contiene tra l'altro la dichiarazione, dall'ammissione al beneficio od al rigetto dell'istanza in sé formalmente ammissibile, nell'art. 96).

È dunque esclusa qualsiasi esenzione categorica di legge (innocuità), fuori del parallelo con quanto è dovuto nella dichiarazione Irpef. La questione d'inidoneità è circoscritta nei limiti dell'art. 49 c.p., perciò diversa in quanto sempre e solo di fatto.».

Considerazioni critiche

Alla fine, purtroppo, è prevalsa la tesi più formalistica e dimentica della migliore dottrina (MANZINI, ANTOLISEI), da sempre assertiva della necessaria rilevanza giuridica del falso, ossia che la punibilità sia un non senso e vada esclusa «[…] quando il fatto concreto non è idoneo a produrre quei pregiudizi in vista dei quali l'ipotesi astratta è stata configurata dal legislatore»; ossia che: «[…] è giuridicamente irrilevante (e perciò non punibile) non solo il falso che non è idoneo ad ingannare il pubblico (il falso grossolano), ma anche il falso che non può ledere e neppure mettere in pericolo gli interessi specifici che trovano una garanzia nella genuinità e veridicità dei mezzi probatori.» (ANTOLISEI); sennonché quello stesso grande maestro lamentava che: «[…] le tendenze formalistiche che negli ultimi decenni sono prevalse nella nostra dottrina e giurisprudenza con la conseguente avversione per ogni indagine che vada al di là della corteccia, della squama verbale delle norme giuridiche, praticamente hanno finito con lo svuotare di contenuto il grande principio tradizionale».

È, a parere di chi scrive, quanto fatto dall'orientamento giurisprudenziale sposato dalle Sezioni unite, basti pensare alla rivelatrice affermazione che: «In genere l'innocuità del falso in un atto pubblico non va per sé ritenuta con riferimento all'uso che s'intende fare del documento […]»;  essa, infatti, implicitamente nega ogni valore alla necessità della rilevanza giuridica del falso, ossia dell'idoneità dello stesso a ledere o mettere seriamente in pericolo il bene giuridico tutelato e sotteso al valore della genuinità dei mezzi di prova, che è legato all'intima ratio della norma, che, come vedremo, è di natura essenzialmente patrimoniale pubblica, giacché, in ultima analisi, tesa a proteggere l'erario.

Non convincono, però, neppure le altre ragioni delle Sez. unite e delle sentenze conformi, come ad esempio, il richiamo all'art. 112 del d.P.R. 115/2002, che, contrariamente da quanto ritenuto nelle sentenze favorevoli all'irrilevanza del superamento o meno della soglia di reddito, sembra deporre proprio in senso opposto, giacché sembra significare che l'unica sanzione della mancata comunicazione del reddito irrilevante, sia, appunto, la mera revoca dell'ammissione; indi, per far scattare anche la sanzione penale ex art. 95, occorre il binomio mancata comunicazione e superamento del limite reddituale, ossia che la mancata comunicazione non sia una mera negligenza o imperizia, ma sia funzionale a celare lo sforamento e la perdita del diritto al beneficio, perché solo così, e senza scomodare la nozione di dolo specifico, il falso acquista, non solo senso comune, ma, pure, quella rilevanza giuridica che è alla base del disvalore penale e quindi della relativa sanzione, nonché acquista senso giuridico l'assimilazione della pena dell'art. 95 a quella dell'art. 640, comma 2, c.p., ossia la truffa aggravata.

Di poca conferenza appaiono, invece, i richiami agli artt. 96 e 98 del d.P.R. 115/2002, giacché non si vede cosa centrino, con le valutazioni circa la rilevanza penale della falsa dichiarazione sui redditi, le norme che presiedono ai criteri di accoglimento dell'istanza di ammissione o quelle che prescrivo ulteriori controlli, essendo tutte, comunque, improntate a criteri di sostanzialità circa la ricorrenza o meno delle condizioni per la fruizione del beneficio.

Anche l'affermazione che la falsità della dichiarazione sostitutiva è connessa all'ammissibilità dell'istanza e non alla concessione del beneficio, appare poco sostenibile, giacché è di evidente comprensione che, condizione di ammissibilità dell'istanza, è la mera presenza di alcune dichiarazioni informative, a prescindere del loro contenuto, che, viceversa, sarà decisivo per la scelta sostanziale del giudice di concedere o meno il beneficio, specie in riferimento al livello reddituale.

Altra affermazione non condivisibile è che la ratio della norma sarebbe quella di salvaguardare la lealtà del cittadino verso le istituzioni, per cui, in sostanza, questo sarebbe l'interesse giuridico tutelato sotteso all'esigenza di autenticità, il quale, quindi, verrebbe violato anche da falsità inconferenti rispetto all'ammissione al beneficio.

L'assunto, però, oltre ad essere un tantino retorico, non coglie nel segno, giacché il danno che si vuole evitare è, in definitiva, di natura economica, ossia che lo Stato abbia esborsi non dovuti e, per fare ciò, la normativa pone la barriera di un reato di pericolo relativo al falso e punito come una truffa aggravata, con ben due livelli di sanzione a seconda della soglia di pericolo varcata in avvicinamento alla possibilità del danno concreto. Il fatto che ciò non sia esplicitato nell'art. 95 è del tutto irrilevante, giacché ciò è perfettamente ricavabile dalla logica generale del contesto giuridico in cui la norma si colloca, il T.U. delle spese di giustizia, ossia un corpo normativo occupantesi delle entrate e delle uscite pecuniarie e patrimoniali riconducibili a detto servizio.

Di seguito, non convince neppure l'affermazione che la norma, prevedendo un aggravamento della pena in caso di ammissione del beneficio, confermerebbe la rilevanza penale della falsa autocertificazione anche in caso di reddito comunque compatibile con l'ammissione allo stesso.

Invero, tale scelta normativa lascia del tutto intatta l'esigenza che il falso debba essere idoneo a ledere il bene giuridico tutelato  – sebbene in termini di pericolo –,  perciò non dovrebbe stupire che in caso di ammissione e a fronte del conseguente aumento del pericolo di erogazioni indebite, la sanzione venga rafforzata.

Ovviamente non condivisibile è, infine, l'affermazione che, in caso di atto pubblico, il falso valga ex sé ed il falso innocuo o inutile sia riferibile solo e strettamente all'idoneità ingannatoria dell'immutatio veri, senza alcun richiamo alla concreta capacità di ledere o mettere in pericolo l'interesse giuridico sotteso e alla cui protezione l'atto e finalizzato.

Sotto tale aspetto, invero, non vi è alcuna differenza tra i falsi in atto privato ed i falsi in atto pubblico, giacché la cautela protettiva della sanzione penale dei falsi si giustifica sempre e solo per l'importanza dell'interesse sotteso al valore di autenticità dei mezzi di prova, affermare il contrario per gli atti pubblici, è come dire che essi non hanno senso contenutistico e che valgono, e vengono protetti, per la loro mera materialità, come fossero un'opera d'arte.

In conclusione

Tirando le somme del discorso e affrontando l'aspetto pratico, occorre accettare il fatto che la giurisprudenza affermatasi finisce per confinare gli spazzi di innocenza della falsa autocertificazione di un reddito comunque compatibile con l'ammissione al P.S.S., nell'ambito della ricorrenza o meno dell'elemento psicologico richiesto dal reato, ossia il dolo generico, anche a livello di dolo eventuale.

Ora, però, una grossa mano è fornita dalla stessa giurisprudenza di legittimità che ha recentemente ridefinito i confini tra dolo eventuale e colpa cosciente, ampliando l'alveo della seconda a discapito del primo, attraverso la riconduzione nell'area della colpa dell'accettazione del rischio e limitando il dolo eventuale, sostanzialmente, all'accettazione del fatto, laddove afferma che: «Le più volte ripetute sottolineature delle differenze tra dolo eventuale e colpa cosciente consentono di rimarcare ulteriormente la fallacia dell'opinione che identifica il dolo eventuale con l'accettazione del rischio»; e quindi: «Ciò che è di decisivo rilievo è che nella scelta d'azione sia ravvisabile una consapevole presa di posizione di adesione all'evento, che consenta di scorgervi un atteggiamento ragionevolmente assimilabile alla volontà, sebbene da essa distinto» (Cass. pen., Sez. unite, n. 38343/2014).

Pertanto, ove i giudici di merito facciano buon uso dei canoni giurisprudenziali di legittimità, dovrebbe essere definitivamente scongiurato il pericolo che, attraverso l'espediente del dolo eventuale, il piano decisionale si inclini pericolosamente verso l'aberrante pratica del dolo in re ipsa, con un'evidente inversione dell'onere della prova circa l'elemento psicologico.

Detta giurisprudenza, infatti, indica anche diversi criteri distintivi, che, per quel che riguarda il nostro argomento, finiscono per ricondurre alla nozione di colpa tutte le dichiarazioni difformi dal vero fatte per errore dovuto a negligenza, imprudenza o imperizia, pur magari consapevole (colpa cosciente).

Cosicché, ove si consideri che, nella più parte dei casi, non vi è un ragionevole motivo per dichiarare un reddito fasullo, laddove anche quello vero renda accessibile il beneficio del P.S.S., non si potrà addivenire ad una condanna, se non laddove ricorrano chiari ed inequivocabili elementi di prova capaci di escludere, al di là di ogni ragionevole dubbio, un errore in buona fede o comunque, che il dichiarante abbia agito per mera negligenza, imprudenza o imperizia (in questo senso la recente Cass. pen., Sez. IV, n. 21577/2016).

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