Focus

La partecipazione dell'imputato all'udienza di riesame

Sommario

Abstract | La disciplina previgente | Gli orientamenti della giurisprudenza | In conclusione | Guida all’approfondimento |

Abstract

Tra le modifiche apportate dalla l. 16 aprile 2015, n. 47 alla disciplina delle misure cautelari si segnalano anche alcune novità nella regolamentazione  dell'udienza di riesame. In particolare, nell'ottica si superare un perdurante contrasto a livello giurisprudenziale si è finalmente riconosciuto il diritto dell'imputato che ne abbia fatto richiesta di comparire personalmente a tale udienza. L'art. 309 c.p.p., come riformulato dall'art. 11 della legge richiamata, prevede ora al comma 6 che con la richiesta di riesame, oltre a poter essere enunciati i motivi l'imputato può chiedere di comparire personalmente e al comma 8-bis che l'imputato che ne abbia fatto richiesta ai sensi del comma 6 ha diritto di comparire personalmente. Si tratta di specificazioni che, nonostante sia stato mantenuto il rinvio all'art. 127 c.p.p., dovrebbero consentire di superare le problematiche interpretative sorte in vigenza del precedente regime, con riferimento al diritto di comparire in udienza dell'interessato ristretto in territorio extra-circondariale.

La disciplina previgente

L'intervento e la partecipazione delle parti all'udienza di riesame – come è tipico dei procedimenti camerali – non sono necessarie. L'art. 309 c.p.p. opera sul punto un rinvio all'art. 127 c.p.p. il quale disegna un modello generale di procedimento camerale a partecipazione non necessaria: in tale modello, l'interessato ha diritto di essere sentito se compare, mentre, qualora sia detenuto o internato in luogo posto fuori della circoscrizione e ne faccia richiesta, ha diritto di essere sentito prima dell'udienza camerale dal magistrato di sorveglianza del luogo (art. 127, comma 3, c.p.p.).

In base a tale disciplina mentre la partecipazione all'udienza camerale poteva ritenersi assicurata incondizionatamente nei confronti di imputato detenuto all'interno del circondario del tribunale competente, incontrava maggiori ostacoli nell'ipotesi in cui il luogo della detenzione fosse posto in territorio extra-circondariale. In tale ipotesi, infatti, al ristretto era riconosciuto solo il diritto di essere sentito dal magistrato di sorveglianza del luogo della restrizione il giorno prima dell'udienza. La previsione giustificata dalla necessità di evitare costose e pericolose traduzioni è alla base del dibattito giurisprudenziale teso ad accertare se l'imputato non vanti comunque un diritto ad interloquire direttamente con il giudice della libertà.

Gli orientamenti della giurisprudenza

Sebbene l'elaborazione giurisprudenziale sul punto si presenti piuttosto articolata e ricca di sfumature è possibile individuare due principali filoni interpretativi.

Secondo un primo orientamento, il combinato disposto degli artt. 309, comma 8, e 127, comma 3, c.p.p. applicabile anche all'appello di cui all'art. 310 c.p.p. per identità di ratio, deve essere interpretato nel senso che tali norme non vietano la comparizione personale dell'imputato o dell'indagato, ove vi sia richiesta o sia il giudice di ufficio che lo ritenga opportuno, ma non riconoscono il diritto pieno ed indiscutibile dell'imputato e dell'indagato, detenuto altrove, che ne faccia richiesta, ad essere sentito proprio dal giudice del riesame o dell'appello (Cass. pen., Sez. IV, 12 luglio 2007, n. 39834; sulla funzione sostitutiva dell'audizione del magistrato di sorveglianza  sulla nullità assoluta conseguente all'eventuale omissione dell'audizione v. Cass. pen., Sez. II, 27 giugno 2006, n. 29602). Tale ultimo diritto è riconosciuto solo nel caso in cui devono essere prese in considerazione questioni di fatto concernenti la condotta dell'interessato ovvero quando costui voglia contestare le risultanze probatorie ed indicare circostanze a lui favorevoli e sempre che tale volontà risulti espressamente dalla richiesta dell'interessato (Cass. pen., Sez. VI, 3 dicembre 2008, n. 8; Cass. pen., Sez. VI, 4 febbraio 2003, n.15717). Secondo un diverso indirizzo, invece, deve ritenersi, alla stregua dei principi affermati dalla Corte costituzionale nella sentenza 45/1991 che qualora l'interessato, detenuto o internato in luogo posto fuori della circoscrizione del giudice, avanzi richiesta di essere sentito personalmente il giudice sia vincolato a pena di nullità a disporre la traduzione dinnanzi a sé senza la possibilità di alcuna valutazione discrezionale, per consentire a chi abbia proposto personalmente la relativa richiesta di dedurre motivi nuovi a norma dell'art. 309, comma 6, c.p.p. (Cass. pen., Sez. VI 17 ottobre 2013, n. 44415; Cass. pen., Sez. II, 4 dicembre 2006, n. 1099). Tale ultima impostazione ha trovato una indiretta conferma nella decisione delle Sezioni unite in tema di giudizio camerale d'appello ex art. 599 c.p.p. anch'esso regolato da un rinvio all'art. 127 c.p.p., in relazione al quale si è affermato che l'omessa traduzione dell'imputato che ne aveva fatto richiesta è causa di nullità assoluta ed insanabile  (Cass. pen., Sez. un., 24 giugno 2010, n. 35399).

In conclusione

Come accennato la novella non ha inciso sul rinvio contenuto nell'art. 309, comma 8, c.p.p. alle disposizioni dettate in via generale per il procedimento in camera di consiglio, dall'art. 127 c.p.p.: disposizioni alle quali la l. 16 aprile 2015, n. 47 sembra avere inteso derogare, ricollegando il diritto di comparire personalmente in udienza ad una previa richiesta in tale senso, da formulare nell'istanza di riesame.

Il nuovo regime riguarda l'imputato che sia detenuto (per via del provvedimento impugnato o per altra causa) o internato o comunque sottoposto ad altra misura privativa o limitativa della libertà personale che possa precludergli il libero intervento all'udienza camerale, non anche il ricorrente che non sia sottoposto ad una di queste limitazioni (es.  soggetto cui sia stata applicata una misura coercitiva non detentiva). Una diversa interpretazione che subordinasse la possibilità di partecipare all'udienza anche per il soggetto non in vinculis ad una formale richiesta da inserirsi nell'atto di riesame risulterebbe invero in contrasto con l'art. 111 della  Costituzione e con l'art. 6 della Convenzione.

Le nuove disposizioni, in altri termini, intendono affermare in modo inequivoco il diritto del ricorrente di comparire all'udienza camerale fissata per la trattazione anche se eventualmente ristretto fuori distretto. La possibilità di esercitare tale diritto pare dipendere, però, dalla formulazione della relativa richiesta nell'atto di riesame.

È opportuno segnalare che una tale interpretazione rischia di vanificare la portata innovativa della riforma. Occorre, infatti tenere presente che la richiesta di riesame può essere presentata anche personalmente dall'imputato o indagato, ovvero da un soggetto che generalmente non dispone delle necessarie cognizioni tecnico-giuridiche, il quale potrebbe limitarsi a proporre l'impugnazione, confidando nella possibilità di poter comparire in udienza formulando una successiva richiesta di traduzione. Anche nel caso in cui la richiesta di riesame sia formulata dal difensore occorre considerare che la scelta di comparire o meno in udienza e di chiedere di essere sentito dal tribunale risponde anche ad esigenze e valutazioni difensive di natura squisitamente tecnica che non sempre il difensore è in grado di effettuare in sede di presentazione dell'impugnazione ossia in un momento in cui la difesa non ha ancora acquisito cognizione degli atti di indagine a suo tempo presentati dal P.M. a sostegno della richiesta di misura cautelare.

Pare preferibile, dunque, attribuire alle nuove previsioni una valenza meno stringente (anche a costo di circoscrivere la portata precettiva del nuovo comma 8-bis) ritenendo che il ricorrente abbia diritto di comparire all'udienza camerale anche qualora non ne abbia fatto richiesta ai sensi del comma 6 ma abbia tuttavia sollecitato tempestivamente la propria traduzione. Una tale lettura pare del resto in linea con l'elaborazione giurisprudenziale in tema di tempestività della richiesta di traduzione secondo cui tale domanda può ritenersi tardiva solo allorché in concreto non vi sia la possibilità pratica di assicurare la presenza in udienza del ricorrente (Cass. pen., Sez. un., 24 giugno 2010, n. 35399).

Dal momento che l'art. 309, comma 8, c.p.p. rinvia tuttora all'art. 127 c.p.p. deve, peraltro,  ritenersi che  il ricorrente detenuto fuori ristretto conservi la possibilità di intervenire nel procedimento camerale chiedendo di essere sentito, prima dell'udienza dal magistrato di sorveglianza del luogo di detenzione.

Guida all’approfondimento

BARBARANO, Così l'udienza camerale di riesame per l'indagato- detenuto ”fuori sede”, Dir. giustizia 2006, 40;

GASTALDO, Il riesame delle misure coercitive nel processo penale, Milano 1993;

DELLA MARRA, Sulla partecipazione dell'imputato detenuto all'udienza di riesame, in Giur. it. 1992, II, 375;

DI CHIARA, Il contraddittorio nei riti camerali, Milano 1994;

LETO, Indagato detenuto fuori del circondario: note in tema di diritto alla traduzione innanzi al tribunale del riesame, in Riv. pen. 2007, 529;

RUGGIERO, La videoconferenza nell'udienza camerale di riesame, in Cass. pen. 2003, 3140;

SPAGNOLO, Il tribunale della libertà. Tra normativa nazionale e normativa internazionale, Milano, 2008;

TRIGGIANI, Sul diritto dell'imputato detenuto (o internato) a partecipare all'udienza di riesame, in Cass. pen. 1994, 3054.

Leggi dopo