Contrasti giurisprudenziali

Il ricorso per cassazione contro la sentenza di patteggiamento dopo la Riforma Orlando. Prime questioni rimesse alle Sezioni Unite

QUESTIONE CONTROVERSA

L'introduzione del comma 2-bis dell'art. 448 c.p.p. - Il nuovo comma 2-bis dell'art. 448 c.p.p. ha già prodotto due questioni che saranno discusse dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione all'udienza del 26 settembre 2019.

La disposizione, introdotta dall'art. 1, comma 50, della legge 23 giugno 2017, n. 103, recante Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all'ordinamento penitenziario (c.d. Riforma Orlando), entrata in vigore il 3 agosto 2017, riguarda il ricorso per cassazione contro la sentenza di applicazione concordata della pena (c.d. patteggiamento) e, con il dichiarato intento di arginare l'uso strumentale di questo mezzo di impugnazione, stabilisce che il pubblico ministero e l'imputato possono proporre ricorso per cassazione contro la sentenza solo per motivi attinenti all'espressione della volontà dell'imputato, al difetto di correlazione tra la richiesta e la sentenza, all'erronea qualificazione giuridica del fatto e all'illegalità della pena o della misura di sicurezza.

 

Le questioni rimesse alle Sezioni Unite. - La prima questione (ordinanza n. 17770 della VI sezione penale della Corte di cassazione, pronunciata il 16 gennaio e depositata il 19 aprile 2019) nasce da un contrasto interno alla sezione ed è così formulata: «Se, a seguito dell'introduzione della previsione di cui all'art. 448, comma 2-bis, c.p.p., sia ammissibile o meno, nei confronti della sentenza di applicazione della pena, il ricorso per cassazione con cui si deduca il vizio di motivazione in ordine all'applicazione di misura di sicurezza, personale o patrimoniale».

È questa, invece, la seconda questione (ordinanza n. 22113 della IV sezione penale della Corte di cassazione, pronunciata il 16 e depositata il 21 maggio 2019): «Se, in caso di sentenza di applicazione della pena, a seguito della introduzione della previsione di cui all'art. 448, comma 2-bis, c.p.p., sia ammissibile o meno, e, nel primo caso, in quali limiti, il ricorso per cassazione che abbia ad oggetto l'applicazione o l'omessa applicazione di sanzioni amministrative accessorie».

 

Il motivo attinente all'illegalità della misura di sicurezza. - L'interpretazione del limite alla ricorribilità («solo per motivi attinenti … all'illegalità … della misura di sicurezza») e il significato da attribuire a queste parole presuppongono di dare luce alle disposizioni correlate.

Anzi tutto, l'art. 445, comma 1, c.p.p. secondo il quale la sentenza di patteggiamento “ordinario” («quando la pena irrogata non superi i due anni di pena detentiva soli o congiunti a pena pecuniaria») non comporta l'applicazione di misure di sicurezza fatta eccezione della confisca nei casi previsti dall'art. 240 c.p. e in quelli ai quali il legislatore abbia esteso la disciplina dettata sul punto (in via di eccezione) dall'art. 445 c.p.p. (così Cass. pen., Sez. un., 15 dicembre 1992, n. 1811/93, Bissoli, Rv. 192494).

L'applicazione di misure di sicurezza è prevista, invece, nel patteggiamento “allargato” (art. 444, comma 1, c.p.p.) ma ogni determinazione in ordine alle misure di sicurezza – si è sempre affermato (da ultimo Cass. pen., Sez. II, 18 dicembre 2015, n. 1934/16, Rv. 265823) – è estranea all'accordo tra le parti e se accordo vi fosse non vincolerebbe il giudice. In altre parole, le misure di sicurezza non sono nella disponibilità delle parti.

In prima approssimazione si può dire, dunque, che «motivi attinenti all'illegalità della misura di sicurezza» possono essere, ad es., quelli con cui si censura i) l'applicazione, con sentenza di patteggiamento ordinario, di una misura di sicurezza personale o patrimoniale diversa dalle confische previste dalla legge; ii) l'omessa applicazione, in caso di patteggiamento “allargato”, di misure di sicurezza; iii) l'applicazione nel patteggiamento “allargato” di misure di sicurezza non previste dalla legge; iv) l'applicazione nel patteggiamento “allargato” di misure previste dalla legge, ma diverse nel contenuto rispetto a quanto disciplinato dal legislatore in ordine a ogni specie di misura.

 

Gli interrogativi residuali. - Residuano, peraltro, rilevanti interrogativi.

Possono ritenersi oppure no (in tal caso il ricorso per cassazione sarebbe dichiarato inammissibile) motivi attinenti all'illegalità della misura di sicurezza quelli con cui si censura: i) la motivazione della sentenza di patteggiamento “allargato” in punto di pericolosità sociale dell'imputato, ineludibile presupposto della misura di sicurezza personale; ii) la motivazione in ordine alla confiscabilità del bene o al quantum confiscato.

A stretto rigore la risposta sembrerebbe negativa, ma sullo sfondo si intravedono scenari inaccettabili, oltre a profili di illegittimità costituzionale: in particolare, l'inammissibilità di un ricorso per cassazione nel caso in cui il giudice, senza motivare, i) confischi l'intero patrimonio dell'imputato; ii) disponga la confisca di un bene che non costituisce prezzo, prodotto o profitto del reato; iii) disponga una confisca per legge facoltativa; iv) applichi una misura di sicurezza personale prescindendo dalla prova dei fatti concreti fondanti la pericolosità sociale dell'imputato ("tutte le misure di sicurezza personali sono ordinate, previo accertamento che colui il quale ha commesso il fatto, è persona socialmente pericolosa").

Le vie dell'interpretazione sono, tuttavia, ormai infinite e, in ogni caso, possono però venire in aiuto i commi sesto e settimo dell'art. 111 Cost.: tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati e contro le sentenze pronunciate dagli organi giurisdizionali è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge.

In altre parole, in caso di motivazione mancante o apparente, il ricorso per cassazione è ammissibile.

Forse, a ben vedere, il ricorso per cassazione che ha ad oggetto una statuizione estranea all'accordo non dovrebbe risentire di alcuna limitazione, sicché il sindacato dovrebbe riguardare anche il vizio di motivazione. E sento di concordare con l'ordinanza di rimessione là dove afferma che il riferimento testuale contenuto nell'art. 448, comma 2-bis, alla "illegalità (...) della misura di sicurezza" - cioè, ad una statuizione estranea all'accordo tra le parti o comunque non negoziabile con effetti vincolanti per il giudice non può bastare a sostenere che il legislatore avrebbe voluto costruire un unico regime impugnatorio, riguardante anche le statuizioni estranee all'accordo.

Semmai andrebbe rilevato che l'intenzione del redigente era quella di limitare la ricorribilità contro la misura di sicurezza ai soli profili di illegalità «per la misura di sicurezza, applicata o omessa».

Né può, in conclusione, dimenticarsi l'art. 579 c.p.p. il cui comma 2 stabilisce che «l'impugnazione contro le sole disposizioni della sentenza che riguardano le misure di sicurezza è proposta a norma dell'articolo 680, comma 2» (giudica il Tribunale di sorveglianza) mentre il comma 3 aggiunge che l'impugnazione contro la sola disposizione che riguarda la confisca è proposta «con gli stessi mezzi», ma non per gli stessi casi, previsti per i capi penali.

 

Il ricorso per cassazione avente ad oggetto l'applicazione o l'omessa applicazione di sanzioni amministrative accessorie. – La seconda questione è apparentemente meno complessa.

Ci si domanda se, a seguito dell'entrata in vigore dell'art. 448, comma 2-bis, siano ricorribili o meno per cassazione e, nel caso affermativo, entro quali limiti («se cioè, ove sia riconosciuta la ricorribilità, rientri nel novero dell'illegalità l'ipotesi di motivazione inesistente, non già meramente incongrua»), le sentenze di applicazione di pena su richiesta che applichino ovvero che omettano di applicare sanzioni amministrative accessorie.

Un primo indirizzo, nettamente prevalente, è favorevole alla possibilità di impugnare con ricorso per cassazione la sentenza di patteggiamento con riguardo alle statuizioni relative alla sanzione amministrativa della sospensione della patente di guida.

In generale, le decisioni in ordine alle sanzioni amministrative accessorie possono essere oggetto di ricorso per cassazione senza dover sopportare alcuna limitazione.

A questo indirizzo si sono opposte un paio di decisioni che, in applicazione dell'art. 448 comma 2-bis c.p.p., hanno escluso l'ammissibilità del ricorso per cassazione proposto in ordine al vizio della motivazione concernente la durata della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida.

In particolare, l'accettazione della definizione del procedimento con il rito alternativo implicherebbe l'applicazione dello speciale regime per l'impugnazione anche con riguardo ai punti della decisione sottratti all'accordo tra le parti; diversamente si verrebbe a creare una ingiustificata asimmetria nel sistema in quanto le statuizioni aventi ad oggetto la pena e le misure di sicurezza sarebbero soggette alle limitazioni di cui si è detto, essendo ammesso il ricorso solo per motivi inerenti alla loro “illegalità”; e ciò nonostante le misure di sicurezza non siano oggetto dell'accordo tra le parti.

 

Alcune considerazioni. - Chiariti i termini del contrasto, va, anzi tutto, osservato che, nonostante le pene accessorie (statuizioni estranee all'accordo) non siano applicabili nel patteggiamento ordinario, è consolidato il principio (Cass. Sez. Unite. 27 maggio 1998, n. 8488, Bosio, Rv. 210981) dell'obbligatorietà dell'applicazione, con la sentenza di patteggiamento delle sanzioni amministrative accessorie (altrettanto estranee all'accordo) - che conseguono ex lege alla pronuncia di sentenza di condanna - anche nel caso in cui, com'è ad. es. per la sospensione della patente di guida, la misura delle stesse sia da determinarsi tra un minimo e un massimo.

Detto questo e volendo ammettere che le limitazioni di cui all'art. 448, comma 2-bis, riguardino anche le pene accessorie, non sembra esservi ragione di accomunare nelle limitazioni le sanzioni amministrative accessorie.

E se è vero che le misure di sicurezza, espressamente considerate dalla disposizione limitatrice, sono estranee all'accordo, questo è semmai un problema che riguarda la congruità della scelta di includerle nella disposizione, non certo quella di escludere dalla stessa le sanzioni amministrative accessorie.

È arduo, pertanto, ritenere il ricorso per cassazione inammissibile, per via delle limitazioni imposte dell'art. 448, comma 2-bis

Il giudice rimettente, nel sottolineare alcuni punti critici dell'indirizzo restrittivo da ultimo indicato, rileva che esso presuppone che ai vizi della sentenza di applicazione della pena, in ordine all'applicazione di sanzioni amministrative accessorie in modo difforme al modello legale o alla omessa applicazione di tali sanzioni si debba far fronte con altri rimedi che individua nella procedura di correzione degli errori materiali prevista dall'art. 130 c.p.p. e nell'incidente di esecuzione.

L'affermazione desta perplessità, da un lato perché la prima procedura non comporta né l'esercizio di un potere discrezionale, né modificazioni essenziali dell'atto, dall'altro, perché l'incidente di esecuzione, con riguardo alla pena accessoria applicata extra o contra legem , è ammesso per rilevare l'illegittimità della sanzione quando la pena accessoria inflitta non sia frutto di un errore valutativo del giudice della cognizione che si sia già pronunciato in proposito e quando l'intervento del giudice dell'esecuzione non implichi valutazioni discrezionali in ordine alla specie ed alla durata della pena accessoria, essendo questa predeterminata dalla legge o determinabile, nella specie e nella durata (cfr. Cass. pen., Sez. Unite, 27 dicembre 2014, n. 6240/15, B., Rv. 262327).

Con riguardo, poi, alle sanzioni amministrative accessorie, è escluso che in sede esecutiva possa essere emendato l'errore nella determinazione della durata della sanzione.

RIMESSIONE ALLE SEZIONI UNITE

La VI Sezione della Cassazione penale con ordinanza n. 17770/2019 ha rimesso alle Sezioni Unite la seguente questione controversa:

«Se, a seguito dell'introduzione della previsione di cui all'art. 448, comma 2-bis, c.p.p., sia ammissibile o meno, nei confronti della sentenza di applicazione della pena, il ricorso per cassazione con cui si deduca il vizio di motivazione in ordine all'applicazione di misura di sicurezza, personale o patrimoniale».

 

La IV Sezione della Cassazione penale con ordinanza n. 22113/2019 ha rimesso alle Sezioni Unite la seguente questione controversa:

«Se, in caso di sentenza di applicazione della pena, a seguito della introduzione della previsione di cui all'art. 448, comma 2-bis, c.p.p., sia ammissibile o meno, e, nel primo caso, in quali limiti, il ricorso per cassazione che abbia ad oggetto l'applicazione o l'omessa applicazione di sanzioni amministrative accessorie».

VALUTAZIONE DEL PRIMO PRESIDENTE

Il Primo Presidente della Cassazione penale ha fissato per il 26 settembre 2019 le udienze davanti alle Sezioni Unite per duscutere le seguenti questioni controverse:

1. «Se, a seguito dell'introduzione della previsione di cui all'art. 448, comma 2-bis, c.p.p., sia ammissibile o meno, nei confronti della sentenza di applicazione della pena, il ricorso per cassazione con cui si deduca il vizio di motivazione in ordine all'applicazione di misura di sicurezza, personale o patrimoniale».

 

2. «Se, in caso di sentenza di applicazione della pena, a seguito della introduzione della previsione di cui all'art. 448, comma 2-bis, c.p.p., sia ammissibile o meno, e, nel primo caso, in quali limiti, il ricorso per cassazione che abbia ad oggetto l'applicazione o l'omessa applicazione di sanzioni amministrative accessorie».

DECISIONE

All'udienza del 26 settembre 2019 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno adottato, rispetto alle questioni controverse loro rimesse, le seguenti soluzioni:

1. A seguito dell'introduzione della previsione di cui all'art. 448, comma 2-bis, c.p.p., nei confrotni della sentenza di applicazione della pena, è ammissibile il ricorso per cassazione, ai sensi dell'art. 606 c.p.p., con riferimento alle misure di sicurezza, personali o patrimoniali, che abbiano formato oggetto dell'accordo delle parti.

2. In caso di sentenza di applicazione della pena, a seguito della introduzione della previsione di cui all'art. 448, comma 2-bis, c.p.p. è ammissibile il ricorso per cassazione che abbi ad oggetto l'applicazione o l'omessa applicazione di sanzioni amministrative accessorie, ai snesi dell'art. 606 c.p.p.

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